


Ritorna al cinema lo storico Robert Langdon (Tom Hanks) che, dopo l’avventura parigina, viene convocato dal Vaticano per far luce su una setta chiamata gli “Illuminati”. Mentre la Chiesa cattolica sta vivendo uno dei momenti più difficili in seguito alla morte del Papa, con il conclave che riunito per trovare un successore, gli Illuminati rapiscono i quattro Cardinali favoriti alle votazioni e minacciano non solo di assassinarne uno ogni ora, ma anche di distruggere la città tramite l’esplosione dell’antimateria che questi hanno rubato ai laboratori del Cern. Aiutato dalla ricercatrice Vittoria Vetra (Ayelet Zurer), Robert Langdon dovrà conquistarsi la fiducia del capo della guardia Svizzera e del Camerlengo Patrick McKenna (Ewan McGregor) per poter così aiutare il comandante della gendarmeria Olivetti (Pierfrancesco Favino) nel compito di fermare gli Illuminati. Angeli e Demoni, religione e scienza, passato e futuro: la pellicola di Ron Howard (Il Codice Da Vinci, Frost/Nixon - Il duello), così come il libro di Dan Brown, è costantemente in bilico tra i due opposti. Scienza e religione, due entità completamente distinte, particelle autonome entrambe finalizzate a dare una risposta alle domande dell’essere umano, su chi è e da dov’è venuto. Il racconto sul mistero della creazione o, meglio, sul mantenerne il segreto (a seconda dei punti di vista), passa per forza attraverso la morte dell’uomo (i quattro Cardinali), il cui corpo viene sacrificato sull’altare degli elementi che compongo la vita: fuoco, aria, acqua e terra. Ecco, quindi, che il viaggio del protagonista per le vie di Roma alla ricerca del “cammino dell’Illuminazione” si trasforma nell’acquisizione dell’importanza degli elementi da parte di Robert Langdon, perfino rischiando la propria vita (la mancanza d’aria negli archivi vaticani, ad esempio). Se gran parte del fascino del racconto cartaceo proveniva però dalla descrizione delle opere d’arte, che creavano una sorta d’alchimia tra il lettore e l’immaginazione dello stesso, il film annulla completamente il fascino dell’immaginario (d'altronde, la macchina da presa mostra ciò che prima non era tangibile) concentrandosi sulla parte marcatamente poliziesca del racconto, cancellando ogni tipo di barlume di riflessione post visione (che sarebbe stata comunque cosa limitata). Ron Howard dirige un cast brillante a metà (Tom Hanks, anche se maggiormente a suo agio nel personaggio, non è l’attore più adatto a interpretarlo), all’interno di una storia troppo impegnata a spettacolarizzare ogni minuto, finendo inevitabilmente per inciampare su se stessa, rendendo il già discutibile finale del libro improbabile (ridicolo?) nel film. Angeli e Demoni è vittima probabilmente dei due sceneggiatori chiamati ad adattare la storia: infatti, vedere David Koepp e Akiva Goldsman assieme riporta involontariamente al dualismo del titolo che si riflette ovviamente nel film. I due sceneggiatori hanno, infatti, creato uno script asciutto e veloce, ma anche poco compatto, costantemente combattuto tra thriller di stampo classico (Koepp?), o un racconto sospeso tra passato e presente condito da un animo poliziesco (Goldsman?). Alla fine Angeli e demoni restituisce una Roma da cartolina (suggestiva la fotografia del film), perfetta come sfondo per una simile pellicola e, allo stesso tempo, una storia con poco mordente, che non farà la felicità dei lettori (l’adattamento non è sicuramente indolore), ma che comunque divertirà chi si aspetta un baraccone pseudo-intellettuale in stile Il Codice da Vinci, sicuramente meno riuscito sul piano del puro intrattenimento di questo seguito.
La Ford Gran Torino entrò in commercio dal 1968 e ne fu dismessa la produzione nel 1976. Il nome è un omaggio alla città dove ha sede la “Fabbrica Italiana Automobili Torino” (FIAT), l’auto è un simbolo che ha segnato un’epoca e la faccia industriale di una nazione negli anni di maggior splendore. Walt Kowalski (Clint Eastwood) che ne possiede una, sa bene quanto questa sia importante oggi come lo era ieri, quell’auto rappresenta i suoi anni passati, ma allo stesso tempo ricordi, passioni e sogni di una nazione che ha messo da parte gloria e fierezza, per diventare inutilmente grigia e menefreghista nei confronti della sua popolazione. Walt dopo la morte della moglie vive una vita solitaria, passata a mantenere in ordine la casa, seppellire i ricordi di una guerra (quella di Corea), ma soprattutto nel tentativo di accettare figli e nipoti, i quali sembrano non aver appreso nessun tratto della sua personalità, dei sui ideali e credi. Walt è un emarginato per scelta propria, lui fiero di essere americano è il primo che si sente tradito dalla sua stessa patria, la quale si è prostituita troppo ad uno sfrenato capitalismo, ad una umanità basata solamente sui numeri, incapace di costruire un futuro concreto. La sua esistenza è destinata a sparire appena la morte arriverà per lui, uomo inutilmente razzista, uomo fuori posto anche ai margini della società dove ormai si trova (abita in un quartiere ormai divenuto ghetto cinese). L’incontro casuale con la diversa cultura dei suoi vicini di casa orientali, instillerà in lui una fiducia nel futuro, lo aiuterà a ritrovare la speranza nei confronti dell’uomo, ma soprattutto uno scopo per cui lottare contro la morte tramandando al mondo la propria esistenza dopo la sua fine. “Gran Torino” è una pellicola disarmante, Clint Eastwood filma un piccolo gioiello che dal primo minuto s’insidia nel cuore per non levarsi facilmente dallo stesso. Non c’è un minuto fuori posto, sono assenti cali di tono o sferzate di dubbio gusto, questa nuova pellicola ha una forte moralità senza mai cadere nel semplice e banale moralismo. Walt Kowalski rappresenta l’America del passato che non riesce a comprendere come sia stato possibile sbagliare così tanto da rendere quella odierna un luogo insipido, popolato da persone irrispettose del prossimo, cieche di fronte alle ingiustizie, ed incuranti del domani. Gli Stati Uniti non brillano più, anzi sembrano finiti allo sbando, le lotte del passato per l’integrazione sociale, la possibilità di conseguire il sogno americano, ma ancora di più l’essere fieri di ciò che proviene dal proprio paese (nemmeno il figlio lo è, dato che non vende nemmeno macchina americane), sono solo ricordi nella mente di Kowalski, l’ultimo vero eroe americano che osserva la disgregazione sociale e la degradazione del paese dal portico di casa. Eastwood diverte, commuove, cosparge delle più disparate emozioni il suo “Gran Torino”, senza ricorrere ad inutili trucchi o ad espedienti dal sapore conosciuto, la materia filmica è praticamente perfette, l’utilizzo di tempi e tematiche non lascia spazio al minimo dubbio sulle capacità del regista californiano, vero è proprio autore capace di tratteggiare in modo lucido la propria nazione, alla quale non risparmia nulla sia nel bene che nel male. Kowalski è l’ultimo eroe americano, l’unico uomo che riesce a compiere un sacrificio per donare un futuro migliore al suo prossimo (alla sua terra), lasciando come testamento un simbolo che lo rappresenterà per sempre: una splendida “FORD GRAN TORINO” alla quale aveva lui stesso montato lo sterzo quando lavorava alla catena, quando l’America era grande e poteva essere fiera di esserlo.
Virgil Cole (Ed Harris) ed Everett Hitch (Viggo Mortensen), sono due amici che vagano nelle città del west verso la fine dell’ottocento, offrendo i loro servigi da pistoleri per ristabilire l’ordine che la criminalità semina tra i cittadini. Il loro sodalizio dura da sempre, ed entrambi non sarebbero in grado di fare altro. Ma arrivati nella cittadina di Appaloosa in Messico oltre a scontrarsi con il criminale Randall Bragg (Jeremy Irons), vedranno la loro amicizia messa alla prova dalla signorina Allison French (Renée Zellweger), la quale innamorata a suo modo di Virgil si metterà in mezzo ai due. Il genere western trova in questa pellicola diretta e scritta da Ed Harris, una crepuscolare riflessione su un paesaggio (che diviene anche genere cinematografico), decadente e giunto ormai alla sua definitiva estinzione. “Appaloosa” racconta una storia di amicizia ambientata in un tempo che non esiste più, modellando il ricordo all’interno di un contenitore (il genere western), che l’occhio conosce meno che il cuore. Ed infatti sono lontani i tempi di Ethan Edwards, così come quelli di William Munny, il film di genere secondo Ed Harris acquisisce la dimensione del tempo collocandosi precisamente sul finire di un secolo, che ha visto molti eroi e cattivi, ma allo stesso tempo ha gettato le basi dell’uomo moderno. Infatti Virgil Cole e Everett Hitch ricordano da vicino la coppia formata da Butch Cassidy e Sundance Kid, costretti a scegliere se evolversi assieme all’epoca o morire rimanendo saldi al proprio modo di essere, che presto o tardi verrà spazzato via dall’inarrestabile avanzare del tempo. “Appaloosa” si stacca dunque dal mito della frontiera, delle mandrie di bestiame ed inscena la presa di posizione della giustizia, dei criminali che meritano un giusto processo, ma allo stesso tempo sottolinea che in quell’epoca, laddove non arrivava la legge, lo sceriffo poteva comunque applicarla divenendo allo stesso tempo giudice, giuria e boia. Nonostante questo alla fine quando nemmeno tale figura poteva più nulla (ed il finale in cui Hitch si toglie la stella dal petto è rivelatrice), diviene quindi necessaria la trasformazione in criminale per ottenere giustizia, perché quest’ultima ancora troppo vincolata alle strade piuttosto che alle aule dei tribunali. Harris quindi tra l’inscenare un’improbabile storia romantica (poco credibile per via di una insopportabile Zellweger) e un’amicizia virile, punta lo sguardo facendoci riflettere su come nonostante il passare degli anni e delle epoche, l’uomo stia tornando nuovamente allo stato selvaggio. Questo perché nonostante leggi, tribunali e polizia spesso e volentieri i criminali sono più liberi dei cittadini, i quali per avere giustizia devono mettersi al di sopra della legge (come fece Paul Kersey ne “Il giustiziere della notte”). “Appaloosa” regala un sottotesto tutt’altro che banale, ma anche uno spettacolo garantito a chi ama un genere ormai in via di estinzione, ma che sembra tornare per ricordarci di non camminare al contrario ritrovandoci nuovamente agli anni delle pistole e del piombo, dopo tutta la fatica fatta per appendere fucili e cinturoni al muro.
Una chiamata in un giorno qualsiasi trasporta suo malgrado la dottoressa Helen Benson (Jennifer Connelly), ad un incontro straordinario della NASA, dove assieme ad altri scienziati apprenderà che un oggetto volante simile ad un asteroide sta per abbattersi nel centro di New York, con conseguente fine della vita sul pianeta terra. Ma proprio quando l’inevitabile sembra arrivato, la strana massa volante inizia a rallentare, trasformando l’impatto al suolo in un atterraggio. Nel bel mezzo di Central Park si trova una strana sfera luminosa, dalla quale esce un alieno di nome Klaatu (Keanu Reeves), che vuole portare il suo messaggio agli esponenti delle nazioni unite, per far in modo che la razza umana possa salvarsi da uno sterminio al quale egli stesso dovrà dare il via, se l’uomo non smetterà di distruggere il proprio pianeta. “Ultimatum alla terra” ritorna dopo cinquant’anni con l’ausilio di effetti speciali mastodontici e di un regista, Scott Derrickson (L’esorcismo di Emily Rose), che fin dalle prime inquadrature cerca di far comprendere quanto fosse necessario riportare un classico della fantascienza nelle sale, cambiandone però i connotati e gli intenti, contestualizzandolo alle moderne paure. In effetti il vecchio film di Robert Wise era un ottimo film di fantascienza, un classico che metaforizzava le ansie e i timori dell’epoca che vedevano nella bomba atomica (o comunque nella guerra nucleare) uno dei rischi maggiori per la popolazione umana del dopo guerra. Nel 2008 però l’inquinamento globale e lo sfruttamento sfrenato delle risorse terrestri, è forse la cosa più drammatica ed allo stesso tempo spaventosa che sta accadendo giorno dopo giorno, quindi non stupisce che il ritorno di Klaatu questa volta avvenga proprio per mettere in guardia l’uomo ancora una volta artefice con le sue mani di un destino misero e senza futuro (e difatti Klaatu, si definisce fin da subito un amico della terra, inteso come del pianeta biologico e non di tutte le razze che lo popolano). Qui sta la differenza sostanziale tra i due film, il nuovo “Ultimatum alla terra”, lancia infatti un messaggio o meglio ancora un monito rivolto al futuro, ma non partendo comunque da un fatto compiuto come lo era all’epoca la bomba atomica, ed infatti è proprio qui, quando la storia dovrebbe diventare effettivamente interessante ed anche un po’ politica, che la pellicola di Derrickson, mette da parte il coraggio ed inizia a sfilare la storia per portare lo spettatore ad un finale benevolo, del quale non si sente l’esigenza, ma che in più non lancia alcun messaggio allo spettatore. Il regista americano, proprio come l’alieno protagonista, finisce per non capire, o meglio dimenticare, lo scopo primo prefissatosi, diventando lui stesso l’alieno che non comprende la materia che deve trattare. Klaatu gira velocemente tra gli esseri umani facendosi un’idea giusta della nostra razza (ossia che pensiamo a noi stessi più che al prossimo e a ciò che ci circonda), che entro la fine viene rivoltata troppo in fretta, annullando la riflessione e forzando la speranza di redenzione. L’alieno giusto e razionale si trasforma in messia benevolo da portatore di morte e distruzione, talmente in fretta che non si comprende il motivo di questo repentino cambiamento. Scott Derrickson abbatte la bella costruzione iniziale, soffocando un plot che non voleva essere un b-movie, ma che sentendosi addosso la pressione di un vecchio capolavoro, evita lo scontro e regala un buon spettacolo. Quello che ci si domanda però è se fosse effettivamente necessario scomodare una icona cinematografica inossidabile al tempo, per raccontare alla fine la pochezza del cinema odierno fatto di visione a scapito del contenuto. A questa domanda la risposta non può che essere negativa. 
Con un candido marchio in bianco e nero quasi dimenticato della UNIVERSAL inizia “Changeling” di Clint Eastwood, introducendo il racconto con una scritta che poco spazio lascia a interpretazioni o allusioni di sorta riguarda a ciò che la seguirà, ossia “Una storia vera”. Nella Los Angeles del 1928 una madre di nome Christine Collins (Angelina Jolie), lotta contro la polizia dipartimentale, a causa del mai ritrovato figlio scomparso: Walter Collins. Ad aiutare la signora il reverendo Briegleb (John Malkovich), il quale sembra avere come solo ed unico scopo nella vita, lo smascheramento della peggiore forza pubblica degli Stati Uniti d’America. Il nuovo film di Clint Eastwood a parte il titolo ha ben poco a che spartire con il film di Peter Medak del 1980, ma al contrario nella pellicola del regista californiano troviamo echi di un cinema che sembrava dissolto e sparito da anni, o forse il cinema è sempre rimasto lo stesso e noi spettatori siamo cambiati nel tempo, ed il nostro sguardo preferisce altre immagini (romantiche?) a quelle classiche (drammatiche?). Un po’ come la polizia del film vuol far credere alla madre che il figlio ritrovatole sia il suo, calpestando il rispetto verso l’affetto materno, si fatica ad ammettere che una pellicola tanto classica possa al tempo stesso essere incredibilmente fresca e moderna, lavorando pure di citazioni che pescano da un passato cinematografico che sempre più stiamo dimenticando. “Changeling” in un colpo solo dimostra come la cura riposta verso una narrazione semplice ed efficace, unita ad un minimalismo dell’immagine che lavora di cesello per descrivere emozioni, sono assieme elementi molto più potenti dell’autorialismo contemporaneo ostentato dai “nuovi autori” (ma anche dai nuovi critici che cridano sempre più facilmente al genio ed al capolavoro), che di fronte ad un regista con più di ottant’anni sulle spalle, devono chinare il capo, mettere da parte la superbia ed iniziare a studiare come realizzare, i primi, ed analizzare, i secondi, in modo asciutto e moderno un drammatico film classico. “Changeling” è una pellicola in eterna caduta verso l’inferno cosciente di ciò (la macchina da presa apre “il sipario” dall’alto al basso e lo richiude al contrario), e non ha paura di rischiare citando/rielaborando il cinema di Fritz Lang, che con “M – Il mostro di Dussendorf” creò uno dei più grandi mostri della storia moderna. La pellicola eastwoddiana diventa quindi citazionista oltreché riflessiva, raggiungendo piena maturità in un campo che il regista americano aveva fino ad ora esplorato demonizzando il suo passato d’attore (basti pensare a commedie come “Bronco Billy” o thriller come “Debito di sangue”). “Changeling” rivisita il mostro tedesco e lo contestualizza nell’America corrotta d’inizio anni trenta, dove non basta solo più il diavolo per rapire un bambino, ma serve addirittura un altro infante per adescare una vittima. Ma contro di lui c’è l’amore materno che può contare solo sulla speranza presente in fondo al cuore, dato che il mondo che partorisce nel grembo crimini e criminali, gira le spalle a chi ha bisogno di aiuto. Clint Eastwood dirige quindi un dramma sociale a tutto tondo, pieno di sentimenti e che lancia aspre critiche su di un futuro che ricorda troppo spesso “i bei tempi andati”, che tanto migliori degli attuali non erano. Il regista americano continua ad esplorare la coscienza di una nazione che sembra non imparare dai propri errori, ma al contrario cerca riparo da essi in qualcuno capace di porvi rimedio (la frase: “fuori piove acqua, grandine e democratici. E chissà se questo è un bene?”, non può non essere contestualizzata ai giorni odierni dove l’America sta forse vivendo un parallelo temporale con l’epoca in cui è ambientato il film). “Changeling” vede nella forza femminile (Pandora?) l’unica speranza perché l’equilibrio venga risanato, ed oggi a sto punto non possiamo far a meno d’iniziare a domandarci se “l’uomo moderno” non abbia davvero fatto il suo percorso e debba finalmente lasciare spazio all’altro sesso.
Pubblicata su NEXTPLAY.IT