Chi è raystorm?

Sono un amante del cinema. Scrivo di e su esso nella speranza che qualcuno un giorno mi offra un lavoro per cui tutti questi caratteri divengano utili. Per ora aspetto in "Stand By".

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Clock!
Ipse Dixit
"L'enciclopedia galattica nel capitolo dedicato all'amore afferma che è troppo complicato da definire. La guida galattica per autostoppisti invece, sull'argomento amore, dice evitatelo se possibile."

"Guida galattica per autostoppisti"

"Come in certe specie animali, le femmine praticano l'ibernazione. Per quattro mesi spariscono, non si vedono più. Ai primi raggi del sole di marzo, come si fossero passate parola o avessero ricevuto un ordine di mobilitazione, spuntano a decine per le strade. In abiti leggeri e tacchi alti. Allora ricomincia la vita.""

"L'uomo che amava le donne"

"Tutti vogliono essere trovati"

"Lost in translation"
Casa Raystorm

raystorm web portal
Le mie passioni per i dvd e le donne le potete approfondire solo qui a casa mia!

raystorm dvd collezione
Per scoprire i gusti di chi scrive!
Gli irrinunciabili


"Shining"



"C'era una volta in America"



"Il buono, il brutto, il cattivo"



"Blade Runner"



"Braveheart"



"Million Dollar Baby"



"Princess Mononoke"

Al Cinema
Indice Visioni
007 - Casino Royale
007 - Quantum of solace
1408
300
30 giorni di buio
40anni vergine

American Gangster
Angeli e demoni
Apocalypto
Appaloosa
Aviator, The

Batman Begins
Beowulf
Bittersweet Life, A
Black Dhalia
Blood Diamond
Bourne Supremacy, The
Bourne Ultimatum, The
Buio dell'anima, Il
Burn after reading

Cambia la tua vita con un Click
Caos Calmo
Casanova
Casa del diavolo, La
Castello errante di Howl, Il
Cavaliere oscuro, Il
Changeling
Città Proibita, La
Charlie e la fabbrica di cioccolato
Clercks 2
Closer
Cloverfield
Codice Da Vinci, Il
Colline hanno gli occhi, Le
Conciati per le feste
Constantine
Crank
Crociate, Le

Dark, The
Deja Vu
Departed, The
Die Hard - Vivere o morire
Disturbia
Diavolo veste Prada, Il
Domino
Doomsday
Drag me to hell

Elizabeth - The Golden Age
Elizabethtown
Eccezzziunale...veramente
Espiazione
Eyes Wide Shut

Fearless
Figli degli uomini, I
Finestra di fronte, La
Flags of our fathers
Fratelli Grimm e l'incantevole Strega, I

G.I.Joe - La nascita dei cobra
Gran Torino
GRINDHOUSE - A Prova di morte
GRINDHOUSE - Planet Terror
Ghost in the Shell
Ghost Rider
Gomorra

Hancock
Harry Potter e il calice di fuoco
Harry Potter e il principe mezzosangue
History of violence, A
Hostel

Impero dei lupi, L'
Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo
Inside Man
Into the wild
Io sono leggenda
Iron Man
Island, The

John Rambo

King Kong
Kiss Kiss, Bang Bang

Lady in the water
Lady Vendetta
Leoni per agnelli
Lezioni di cioccolato
Lussuria

Mamma mia!
Man on Fire
Match Point
Miami Vice
Million Dollar Hotel, The
Mission:Impossible
Mission:Impossible - 2
Mission:Impossible - 3
My Blueberry Nights
Mr. & Mrs. Smith
Monster House
Munich

Nascondiglio, Il
Nightmare Before Christmas, The
Notte brava a Las Vegas
Notte prima degli esami
NIP/TUCK

Onora il padre e la madre

Patto Criminale - Slevin
Perfect Stranger, The
Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma
Pirati dei Caraibi - Ai confini del Mondo
Polar Express, The
Poltergist - Demoniache presenze
Prestige, The
Pretty Woman
Promessa dell’assassino, La

Quel treno per Yuma

Ratatouille
REC
Resident Evil Extincion
Ricerca della felicità, La
Ritorno al Futuro
Rocky Balboa
Romanzo Criminale
Running

Saturno Contro
Scoop
Serenity
Shining
Shortbus
Shutter, The
Signore degli anelli, Il - La compagnia dell'anello
Signs
Silent Hill
Slither
Skeleton Key, The
Spanglish
Speed Racer
Spider-Man 3
Stay Alive
State of play
Stella che non c'è, La
Superman Returns

Terra dei morti viventi, La
Terza madre, La
Thank You For Smoking
Tachiguishi retsuden
Terminal, The
Top Gun
Transformers

Ultimatum alla terra
Una vita al massimo
Un'ottima Annata

V per Vendetta
Vicky Cristina Barcelona

Weather Man, The

ZODIAC

X-MEN Conflitto Finale
Links

Sentieri Selvaggi
Dall''indimenticabile film di John Ford prende il nome il più poetico portale italiano dedicato al cinema

IMDb - Internet Movie Database
Il più grande raccoglitore di informazioni, giudizi, critiche riguardante la settima arte.

Apple Movie Trailer
Tutti i trailer dei film in uscita al cinema nelle sale U.S.A. li potete trovare qui.

MYmovies.it
Il cinema dalla parte del pubblico.

Cinema Zone
Completo dettagliato e dotato di identità propria invidiabile è il portale cinematografico di castlerock.it.

DVD Forum
Il forum degli amanti del dvd con recensioni tecniche e quanto altro ruoti intorno al mondo del dischetto digitale.

DVD Essential
Portale dedicato al DVD con recensioni e news sul mercato italiano ed estero.

Cineblog.it
Cineblog é un blog dedicato al mondo del cinema e alle realtà ad esso strettamente connesse.

Schermo TV
Tutto quello che c'è da sapere sul mondo del piccolo schermo.

ilcineforum.it
Elenco vastissimo di citazioni cinematografiche

QTP - Quentin Tarantino Project
non solo quentin ma nel nome di quentin...
Feeds
  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Blogion.com - the definitive blog directory

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog Blogarama - The Blog Directory

Blog-Show la vetrina italiana dei blog!

Blog Aggregator 3.3 - The Filter
Credits
ArancioGrafica (o anche ArancioMacchia che tanto fa lo stesso, sono sempre io) per il template. Splinder e Altervista per l'hosting. Con il permesso di Franamah per l'immagine.


giovedì, 29 ottobre 2009, 14:27

Image Hosted by ImageShack.us

Il dottor Parnassus è un vecchio monaco diventato immortale in seguito ad un patto stretto niente meno che con il diavolo millenni fa, quando il mondo era completamente diverso così come le persone. Nei tempi moderni, l’anziano “mago” porta in giro un personale show con il quale spera di vincere una scommessa tra lui e il demone, nella quale in gioco c’è la vita di sua figlia. I partecipanti allo spettacolo circense, entrano di fatto in uno specchio magico capace di dare forma alla loro immaginazione, ma che al tempo stesso li obbligherà a compiere delle scelte, dove saranno costretti a confrontarsi con la loro vera personalità. L’ultimo film del regista Terry Gillian è un magico incanto da vivere con la mente sgombra da ogni vincolo con la realtà, lasciandosi incantare dal racconto magico che non deve per forza essere perfetto o vincolato al tangibile, ma deve soltanto affascinare, a tal punto da divenire credibile oltrepassando i confini della fantasia. Fondamentale per comprendere questo, il primo incontro tra Parnassus (Christopher Plummer) ed il diavolo (Tom Waits), ove l’anziano racconta cantilenando la storia che, a detta sua, “sorregge il mondo” assieme ad un gruppo di monaci, salvo scoprire grazie al demoniaco sfidante che il mondo non ha bisogno di quel racconto per continuare ad esistere. Questa piccola sequenza racchiude la vera essenza dell’ultima fatica del regista americano, il racconto dentro al racconto, proprio come una scatola cinese. Il confine che separa gli uomini (spettatori?) dalla realtà non è altro che uno specchio (schermo?) che la riflette, ma che al tempo stesso riesce al suo interno a riplasmarla trasformandola nel sogno perfetto annidato nella mente di ogni persona, chiedendo però in cambio a chi decide di oltrepassare questo confine di giocarsi la propria anima/essenza, in una sfida che con se stesso, le sue paure e i suoi più sporchi segreti. In anni in cui l’essere scettici su tutto e credere sempre meno nel prossimo è una cosa naturale (purtroppo quasi una normale prassi), la pellicola di Gillian non risparmia la feroce critica nei confronti di una società che smette sempre più di sognare (che nemmeno crea bambini sognatori) e confrontarsi con se stessa, così presa dal superfluo che l’indispensabile perde completamente valore. Quasi come due facce della stessa medaglia, Parnassus e il diavolo, giocano proprio su questi aspetti dell’animo umano nel tentativo di spuntarla l’uno sull’altro, anche se i veri vincitori non sono coloro che riescono a tornare dai mondi dell’immaginario, ma bensì quelli che nel viaggio di ritorno alla realtà apprendono quanto importante sia credere nella forza dei propri sogni per poter vederli realizzati. Lo schermo cinematografico è lo specchio magico del regista Americano, la scelta che viene offerta a noi spettatori sta nella possibilità di continuare a sognare alla fine dello spettacolo, oppure tornare quanto prima alla realtà dimenticandoci ancora una volta di quanto bello sia poter toccare le nuvole con una mano. Affascinante, folle, dissacrante e altro ancora, “Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo” è uno dei più personali film realizzati dal regista, che in questo caso non ammette compromessi tra chi vuole montare sul suo carrozzone e chi invece preferirà rimanere a terra.

Pubblicata su Nextplay.it
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

venerdì, 16 ottobre 2009, 09:11

Image Hosted by ImageShack.us
 

“UP” lungometraggio di animazione prodotto dai Pixar Animation Studios, per la regia di Pete Docter (Monsters & co.) è senza ombra di dubbio il miglior film uscito dallo studio californiano. Questo se consideriamo che in passato questi artisti dell’animazione aveva già sfornato alcuni capolavori, fa intendere con velocità e precisione il livello qualitativo della loro ultima opera. “Up” è la colorata (e solo vedendolo si può avere l’idea della girandola di colori che costruiscono le incredibili immagini) storia di un vecchio di nome Carl Fredricksen che rincorre un sogno in compagnia di un bambino con difficoltà a percepire la realtà, tale Russel. Sulla loro strada troveranno compagni di viaggio inaspettati, nuove avventure, miti decadenti e grazie a tutto questo i due realizzeranno i desideri di una vita, che per Carl sembra volgere al termine (fine ultimo di un anziano solo la casa di riposo), mentre per Russel è tutta da scoprire. “Up” è a tutti gli effetti il film più maturo della Pixar, forte di una storia per niente banale (ma questa è abitudine ormai per lo studio), ma allo stesso tempo profonda e ben articolata. Il racconto del sogno che lentamente si avvera è assolutamente un’esperienza cinematografica emozionante e coinvolgente come poche volte accade di assistere. La dimensione fantasiosa raffigurata sempre con girandole di colore che non si avvicinano mai al terreno (basti pensare alle gambe del pennuto Kevin, unica parte non colorata dello stesso e guarda caso anche quella mai a contatto con il suolo/realtà), ha una potenza espressiva dirompente che non solo riesce a creare una magica empatia tra lo spettatore ed i personaggi, ma fa completamente dimenticare che tutto quello che lo sguardo vede è frutto di finzione. Quindi “Up” non solo è emozionante ma regala una sospensione dell’incredulità che non ha precedenti tra i film della Pixar (che già potrebbero insegnare molto ai concorrenti), regalando uno spettacolo d’incredibile e indimenticabile fattura. Carl e Russel viaggiano per il mondo con una casa volante, fatta di ricordi ed allo stesso tempo di sogni da appuntare sulle pagine bianche di un vecchio diario dalla prefazione scritta già da molto tempo. “Up” è il viaggio di due protagonisti opposti dentro e fuori il cuore dello spettatore, il quale non può fare altro che continuare a sognare le cascate paradiso per molto tempo a visione terminata.
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti (2)
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

martedì, 15 settembre 2009, 09:04

Image Hosted by ImageShack.us
Il costruttore di armi e sistemi di difesa M.A.R.S., riesce a progettare testate contenenti delle nano macchine, le quali una volta liberate nell’atmosfera distruggono qualsiasi tipo di materia non organica, dalle malte di un edificio alla carrozzeria di un’automobile. Questa rivoluzionaria arma fa crescere l’acquolina in bocca sia all’ONU che al gruppo terroristico “Cobra”, che tenterà di rubarle per sovvertire l’equilibrio politico mondiale. Gli unici in grado di fermarli sono un gruppo segreto di militari scelti chiamato “G.I.Joe”, i quali dispongono sia di un addestramento che d’attrezzature speciali ed assolutamente top secret. La lotta tra le due parti, diviene una corsa contro il tempo per fermare le nano macchine, che rivelerà l’oscuro passato di questo gruppo terroristico in grado di dare non poco filo da torcere ai “G.I.Joe”. Girato da Stephen Sommers e scritto a cinque mani (tra cui quelle del regista stesso), “G.I.Joe” è uno dei pochi blockbuster che riesce a deludere praticamente in tutti i comparti più importanti, dagli effetti speciali, alle musiche senza dimenticare il montaggio (che verso la fine ci delizia riproponendoci alcune sequenze montate più volte). Il direttore di “Van Helsing” e “La Mummia”, inscena con l’aiuto dei peggiori effetti speciali visti negli ultimi anni (a livello qualitativo sembra una produzione dei primi anni ’90), una storia innocua ed allo stesso tempo totalmente incolore ed inutile. La trama che è quanto di più banale (e stupido) si possa chiedere (ma di certo non è una colpa visto il tipo di film), sembra venir appositamente raccontata per non coinvolgere mai pienamente lo spettatore, privando lo sguardo delle emozioni/sensazioni necessarie perché si crei dell’empatia nei confronti di almeno un personaggio, indipendentemente dallo schieramento d’appartenenza. Nonostante alcuni flashback aiutino a non annoiarsi e a tratteggiare alcuni personaggi, quello che maggiormente infastidisce nel vedere “G.I.Joe” è da ricercare nella completa mancanza d’inventiva, sia visiva che contenutistica. La pellicola pesca a piene mani da film, videogiochi e cartoni animati, riproponendo pedissequamente quanto proposto da altri (anche a livello di costumi). Insomma Sommers e compagnia hanno creato un gigantesca scatola contenente idee altrui, senza nemmeno prendersi la briga di modificarle/reciclarle almeno in parte per nasconderne la sensazione di “già visto”, ma non è solo questo il problema principale. Infatti a far scendere la scure sulla pellicola sono gli stessi attori che recitano in maniera convinta il loro ruolo, facendo più volte finire la pellicola nel ridicolo involontario per la quasi totalità della durata. E mentre uno tenta di capire perché sta accadendo quello che vede sullo schermo, riesce anche a distogliere tranquillamente l’attenzione dalla visione senza comunque perdere nulla d’importante, infatti dopo i primi dieci minuti la pellicola non propone assolutamente nulla d’originale. Quello che rimane a fine visione è un senso di deja-vù, che spalanca le porte a tutta una serie di domande, tra cui quella più spaventosa (visto il finale) sulla possibilità di dare un seguito ad una scemenza simile. Spiace dirlo ma nonostante la visione passi senza enormi problemi (per fortuna), “G.I.Joe” è uno dei blockbuster più brutti degli ultimi cinque anni e più che “La nascita dei Cobra”, sarebbe stato appropriato titolarlo “La vittoria della demenza”.

Pubblicata su NEXTPLAY.IT
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

venerdì, 11 settembre 2009, 09:20

Image Hosted by ImageShack.us
La sinossi è molto semplice, Christine Brown (Alison Lohman) in un giorno come tanti della sua vita d’impiegata di banca incontra l’anziana zingara Sylvia Ganush (Lorna Raver), costretta a perdere la casa se la giovane ragazza non le concede una proroga del prestito. Purtroppo però Christine che spera in una promozione farà la scelta sbagliata con la persona più inopportuna, ed infatti la zingara le scaglierà una maledizione che la ossessionerà per tre giorni prima di portarla a bruciare nelle fiamme dell’inferno. “Drag me to hell” di Sam Raimi è proprio il racconto dei giorni più paurosi della vita di Christine Brown, la quale si trasformarmerà lentamente da bella a bestia pur di salvarsi la vita. Questa pellicola del regista americano (che ritorna all’horror dopo parecchi anni di assenza dal genere, visti i risultati viene spontaneo pensare ad un “purtroppo”) ha tutto ciò che contraddistingue il suo modo di fare ed intendere il cinema di genere, ma anche soprattutto di puro intrattenimento. “Drag me to hell” sembra, o meglio è, la fusione perfetta tra la qualità tecnica dei capitoli di “Spider-man” e la saga de “La Casa” (“Armata delle tenebre compresa), ciò che ne viene fuori è forse il più “pirotecnico” film dell’orrore degli ultimi anni. Spaventi e risate isteriche si fondono magicamente all’interno di una pellicola che gioca con tutti i pilastri del genere, inscenandoli, reinventandoli ed esorcizzandoli (fantastica la scena della seduta spiritica, come le battute tra i due psicologi, o lo scontro tra la zingara e Christine). Le citazioni inserite all’interno dai fratelli Raimi denotano una cura per i dettagli che raramente si riscontra nelle piatte produzioni che affollano il genere horror (che sembra vedere negli ultimi anni nei remake la sua ancora di salvezza), ma non solo, “Drag me to hell” si discosta completamente da tutte le pellicole con protagonisti teen-ager belli, ricchi e con il destino già scritto, andando a scegliere proprio delle persone qualunque che non vivono in posti lugubri e mezzi abbandonati, ma che loro malgrado finiscono in un vortice di pura follia e caos che li cambieranno per sempre. La macchina da presa si muove e si contorce, creando tensione in pochi attimi e mostrando agli occhi di chi guarda che non occorre necessariamente dare una forma al pericolo, o al mostro di turno, perché questo divenga maggiormente spaventoso, anzi sta proprio nel gioco di negazione visiva il punto forte degli spaventi generati da “Drag me to hell”. Coadiuvato da un impianto sonoro all’altezza e di un montaggio pressoché perfetto, il film non mancherà di spaventare anche i più smaliziati amanti del genere. Costantemente in bilico tra l’umorismo (anche se le risate non sono mai grasse) ed il terrore puro, la pellicola fa del dualismo, del doppio, ma soprattutto sul cambio dei punti di vista personali, il cardine su cui sviluppa la storia (senza scordare una fine critica alla società moderna sempre meno umanista), ed infatti ogni personaggio della pellicola ha un doppio speculare, che però con il proseguire degli eventi le certezze ed i ruoli s’invertiranno, per arrivare a quell’incredibile ed originale finale, ultimo ed indimenticabile tocco di classe che la pellicola sfodera. Girato palesemente per il puro gusto d’intrattenere, autoironico, spaventoso, grottesco, mai veramente serio, “Drag me to hell” è il gradito ritorno al genere di un regista che ha sicuramente contribuito a cambiarlo, ma allo stesso tempo è anche una smorfia da parte di Raimi a tutti coloro che lo hanno scimmiottato o che comunque nel tentativo di spaventare hanno generato l’effetto opposto. Questa pellicola è sicuramente una delle migliori nel suo genere degli ultimi dieci anni (e in anni in cui i remake dominano vedere finalmente qualcosa di originale dalla forte personalità è incredibile), se non la migliore in assoluto di questa decade. Non me ne vogliano gli enigmisti, i bambini mai nati, le bambine che abitano i pozzi e compagnia, ma “Drag me to hell” è ad un livello di genialità e genuinità che gli horror odierni possono solo sognare. Un giro sull’ottovolante raiminiana è obbligatorio sia per i fan del regista che per chi ha voglia di divertirsi appoggiano lo sguardo sulla vita di Christine Brown, perché proprio come sulle montagne russe si urla e si ride, ma soprattutto si guarda da un altro punto di vista la realtà stessa.
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti (2)
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

venerdì, 24 luglio 2009, 11:35

Image Hosted by ImageShack.usRitorna al cinema lo storico Robert Langdon (Tom Hanks) che, dopo l’avventura parigina, viene convocato dal Vaticano per far luce su una setta chiamata gli “Illuminati”. Mentre la Chiesa cattolica sta vivendo uno dei momenti più difficili in seguito alla morte del Papa, con il conclave che riunito per trovare un successore, gli Illuminati rapiscono i quattro Cardinali favoriti alle votazioni e minacciano non solo di assassinarne uno ogni ora, ma anche di distruggere la città tramite l’esplosione dell’antimateria che questi hanno rubato ai laboratori del Cern. Aiutato dalla ricercatrice Vittoria Vetra (Ayelet Zurer), Robert Langdon dovrà conquistarsi la fiducia del capo della guardia Svizzera e del Camerlengo Patrick McKenna (Ewan McGregor) per poter così aiutare il comandante della gendarmeria Olivetti (Pierfrancesco Favino) nel compito di fermare gli Illuminati. Angeli e Demoni, religione e scienza, passato e futuro: la pellicola di Ron Howard (Il Codice Da Vinci, Frost/Nixon - Il duello), così come il libro di Dan Brown, è costantemente in bilico tra i due opposti. Scienza e religione, due entità completamente distinte, particelle autonome entrambe finalizzate a dare una risposta alle domande dell’essere umano, su chi è e da dov’è venuto. Il racconto sul mistero della creazione o, meglio, sul mantenerne il segreto (a seconda dei punti di vista), passa per forza attraverso la morte dell’uomo (i quattro Cardinali), il cui corpo viene sacrificato sull’altare degli elementi che compongo la vita: fuoco, aria, acqua e terra. Ecco, quindi, che il viaggio del protagonista per le vie di Roma alla ricerca del “cammino dell’Illuminazione” si trasforma nell’acquisizione dell’importanza degli elementi da parte di Robert Langdon, perfino rischiando la propria vita (la mancanza d’aria negli archivi vaticani, ad esempio). Se gran parte del fascino del racconto cartaceo proveniva però dalla descrizione delle opere d’arte, che creavano una sorta d’alchimia tra il lettore e l’immaginazione dello stesso, il film annulla completamente il fascino dell’immaginario (d'altronde, la macchina da presa mostra ciò che prima non era tangibile) concentrandosi sulla parte marcatamente poliziesca del racconto, cancellando ogni tipo di barlume di riflessione post visione (che sarebbe stata comunque cosa limitata). Ron Howard dirige un cast brillante a metà (Tom Hanks, anche se maggiormente a suo agio nel personaggio, non è l’attore più adatto a interpretarlo), all’interno di una storia troppo impegnata a spettacolarizzare ogni minuto, finendo inevitabilmente per inciampare su se stessa, rendendo il già discutibile finale del libro improbabile (ridicolo?) nel film. Angeli e Demoni è vittima probabilmente dei due sceneggiatori chiamati ad adattare la storia: infatti, vedere David Koepp e Akiva Goldsman assieme riporta involontariamente al dualismo del titolo che si riflette ovviamente nel film. I due sceneggiatori hanno, infatti, creato uno script asciutto e veloce, ma anche poco compatto, costantemente combattuto tra thriller di stampo classico (Koepp?), o un racconto sospeso tra passato e presente condito da un animo poliziesco (Goldsman?). Alla fine Angeli e demoni restituisce una Roma da cartolina (suggestiva la fotografia del film), perfetta come sfondo per una simile pellicola e, allo stesso tempo, una storia con poco mordente, che non farà la felicità dei lettori (l’adattamento non è sicuramente indolore), ma che comunque divertirà chi si aspetta un baraccone pseudo-intellettuale in stile Il Codice da Vinci, sicuramente meno riuscito sul piano del puro intrattenimento di questo seguito.

Pubblicato su NEXTPLAY.IT
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti (1)
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

venerdì, 15 maggio 2009, 09:50

Image Hosted by ImageShack.us
Lucido e riuscito. Come in ogni cosa, anche quando si scrive di cinema non bisogna mai iniziare dalla fine, lo scotto da pagare è sicuramente quello che il lettore salti completamente la lettura di tutto quello che sta dopo. Però le eccezioni e le regole non sempre devono e possono essere seguite, lo sa bene il giornalista Cal McAffrey (Russel Crowe) e lo deve imparare la giovane Della Frye (Rachel McAdams), quest’ultima sempre alla ricerca dello scoop a tutti i costi. Entrambi si troveranno a lavorare al pezzo giornalistico della loro vita, il quale per Cal deciderà le sorti della sua amicizia con il senatore Stephen Collins (Ben Affleck), mentre per Della segnerà il suo definitivo ingresso nella stampa di “serie A”. “State of play” di Kevin Macdonald (“L’ultimo re di Scozia”) è il thriller che non ci si aspetta di vedere nell’attuale panorama odierno, apparentemente classico, è invece una pellicola che negli anni acquisirà un valore quasi culturale, in quanto riesce oggi a fotografare perfettamente quanto la stampa sia legata maggiormente alla necessità di vendere copie, invece di fare del giornalismo. Ed è proprio su questo contrasto che il film costruisce gli eventi ed i suoi protagonisti: al centro c’è la notizia, lo scandalo, una relazione segreta tra il Senatore ed un membro tragicamente morto del suo staff, ai lati troviamo il giornalista di vecchia data McAffrey intenzionato ad aiutare l’amico senatore, dall’altro la giovane Frye pronta a tutto pur di dare notizia ed approdare alla notizia stampata abbandonando l’universo internettiano dei blogger. Tra vecchio e nuovo, il viaggio negli anfratti nascosti della stampa proposto da “State of play” è costantemente in bilico tra la scelta di creare cronaca o aumentare ancor di più le dimensioni della notizia scandalistica, durante il percorso più volte le due entità si mischiano invertendosi di ruolo pur giocando con il nemico comune rappresentato dal tempo necessario che separa lo scritto dalla stampa in migliaia di copie dello stesso. Lucido e riuscito, le parole utilizzate all’inizio sono perfette per descrivere il lavoro di Macdonald, che dona fortunatamente la personale visione della stampa all’interno di una pellicola di genere che per quanto riuscita, sarebbe risultata troppo esile e risaputa nell’intreccio. La macchina da presa rapisce sguardi e turbamenti dei protagonisti sempre pronti a lasciarsi andare alle proprie emozioni, ma troppo lucidi per permetterselo. Saranno infatti gli scoppi d’ira del senatore di fronte ad alcune verità, o il pianto isterico di un informatore che ricorderanno allo spettatore come i nomi stampati su una notizia di giornale in realtà corrispondono a persone con dei sentimenti che troppo spesso vengono calpestati sull’altare delle copie vendute, o peggio completamente ridimensionati pur di far notizia (basti pensare al polverone alzato con la recente influenza suina). “State of play” è quindi un thriller ben congeniato, con il retrogusto delle pellicole di cronaca che a parte qualche raro caso (“Zodiac”), sono ormai estinte e ci obbligano a ritornare agli anni ’80 per ricordarci che il cinema sapeva calibrare bene il contenuto sociale all’intrattenimento da sala.

PUBBLICATO SU NEXTPLAY.IT
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti (1)
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

lunedì, 16 marzo 2009, 15:10

Image Hosted by ImageShack.us La Ford Gran Torino entrò in commercio dal 1968 e ne fu dismessa la produzione nel 1976. Il nome è un omaggio alla città dove ha sede la “Fabbrica Italiana Automobili Torino” (FIAT), l’auto è un simbolo che ha segnato un’epoca e la faccia industriale di una nazione negli anni di maggior splendore. Walt Kowalski (Clint Eastwood) che ne possiede una, sa bene quanto questa sia importante oggi come lo era ieri, quell’auto rappresenta i suoi anni passati, ma allo stesso tempo ricordi, passioni e sogni di una nazione che ha messo da parte gloria e fierezza, per diventare inutilmente grigia e menefreghista nei confronti della sua popolazione. Walt dopo la morte della moglie vive una vita solitaria, passata a mantenere in ordine la casa, seppellire i ricordi di una guerra (quella di Corea), ma soprattutto nel tentativo di accettare figli e nipoti, i quali sembrano non aver appreso nessun tratto della sua personalità, dei sui ideali e credi. Walt è un emarginato per scelta propria, lui fiero di essere americano è il primo che si sente tradito dalla sua stessa patria, la quale si è prostituita troppo ad uno sfrenato capitalismo, ad una umanità basata solamente sui numeri, incapace di costruire un futuro concreto. La sua esistenza è destinata a sparire appena la morte arriverà per lui, uomo inutilmente razzista, uomo fuori posto anche ai margini della società dove ormai si trova (abita in un quartiere ormai divenuto ghetto cinese). L’incontro casuale con la diversa cultura dei suoi vicini di casa orientali, instillerà in lui una fiducia nel futuro, lo aiuterà a ritrovare la speranza nei confronti dell’uomo, ma soprattutto uno scopo per cui lottare contro la morte tramandando al mondo la propria esistenza dopo la sua fine. “Gran Torino” è una pellicola disarmante, Clint Eastwood filma un piccolo gioiello che dal primo minuto s’insidia nel cuore per non levarsi facilmente dallo stesso. Non c’è un minuto fuori posto, sono assenti cali di tono o sferzate di dubbio gusto, questa nuova pellicola ha una forte moralità senza mai cadere nel semplice e banale moralismo. Walt Kowalski rappresenta l’America del passato che non riesce a comprendere come sia stato possibile sbagliare così tanto da rendere quella odierna un luogo insipido, popolato da persone irrispettose del prossimo, cieche di fronte alle ingiustizie, ed incuranti del domani. Gli Stati Uniti non brillano più, anzi sembrano finiti allo sbando, le lotte del passato per l’integrazione sociale, la possibilità di conseguire il sogno americano, ma ancora di più l’essere fieri di ciò che proviene dal proprio paese (nemmeno il figlio lo è, dato che non vende nemmeno macchina americane), sono solo ricordi nella mente di Kowalski, l’ultimo vero eroe americano che osserva la disgregazione sociale e la degradazione del paese dal portico di casa. Eastwood diverte, commuove, cosparge delle più disparate emozioni il suo “Gran Torino”, senza ricorrere ad inutili trucchi o ad espedienti dal sapore conosciuto, la materia filmica è praticamente perfette, l’utilizzo di tempi e tematiche non lascia spazio al minimo dubbio sulle capacità del regista californiano, vero è proprio autore capace di tratteggiare in modo lucido la propria nazione, alla quale non risparmia nulla sia nel bene che nel male. Kowalski è l’ultimo eroe americano, l’unico uomo che riesce a compiere un sacrificio per donare un futuro migliore al suo prossimo (alla sua terra), lasciando come testamento un simbolo che lo rappresenterà per sempre: una splendida “FORD GRAN TORINO” alla quale aveva lui stesso montato lo sterzo quando lavorava alla catena, quando l’America era grande e poteva essere fiera di esserlo.
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti (1)
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

martedì, 17 febbraio 2009, 12:07

Virgil Cole (Ed Harris) ed Everett Hitch (Viggo Mortensen), sono due amici che vagano nelle città del west verso la fine dell’ottocento, offrendo i loro servigi da pistoleri per ristabilire l’ordine che la criminalità semina tra i cittadini. Il loro sodalizio dura da sempre, ed entrambi non sarebbero in grado di fare altro. Ma arrivati nella cittadina di Appaloosa in Messico oltre a scontrarsi con il criminale Randall Bragg (Jeremy Irons), vedranno la loro amicizia messa alla prova dalla signorina Allison French (Renée Zellweger), la quale innamorata a suo modo di Virgil si metterà in mezzo ai due. Il genere western trova in questa pellicola diretta e scritta da Ed Harris, una crepuscolare riflessione su un paesaggio (che diviene anche genere cinematografico), decadente e giunto ormai alla sua definitiva estinzione. “Appaloosa” racconta una storia di amicizia ambientata in un tempo che non esiste più, modellando il ricordo all’interno di un contenitore (il genere western), che l’occhio conosce meno che il cuore. Ed infatti sono lontani i tempi di Ethan Edwards, così come quelli di William Munny, il film di genere secondo Ed Harris acquisisce la dimensione del tempo collocandosi precisamente sul finire di un secolo, che ha visto molti eroi e cattivi, ma allo stesso tempo ha gettato le basi dell’uomo moderno. Infatti Virgil Cole e Everett Hitch ricordano da vicino la coppia formata da Butch Cassidy e Sundance Kid, costretti a scegliere se evolversi assieme all’epoca o morire rimanendo saldi al proprio modo di essere, che presto o tardi verrà spazzato via dall’inarrestabile avanzare del tempo. “Appaloosa” si stacca dunque dal mito della frontiera, delle mandrie di bestiame ed inscena la presa di posizione della giustizia, dei criminali che meritano un giusto processo, ma allo stesso tempo sottolinea che in quell’epoca, laddove non arrivava la legge, lo sceriffo poteva comunque applicarla divenendo allo stesso tempo giudice, giuria e boia. Nonostante questo alla fine quando nemmeno tale figura poteva più nulla (ed il finale in cui Hitch si toglie la stella dal petto è rivelatrice), diviene quindi necessaria la trasformazione in criminale per ottenere giustizia, perché quest’ultima ancora troppo vincolata alle strade piuttosto che alle aule dei tribunali. Harris quindi tra l’inscenare un’improbabile storia romantica (poco credibile per via di una insopportabile Zellweger) e un’amicizia virile, punta lo sguardo facendoci riflettere su come nonostante il passare degli anni e delle epoche, l’uomo stia tornando nuovamente allo stato selvaggio. Questo perché nonostante leggi, tribunali e polizia spesso e volentieri i criminali sono più liberi dei cittadini, i quali per avere giustizia devono mettersi al di sopra della legge (come fece Paul Kersey ne “Il giustiziere della notte”). “Appaloosa” regala un sottotesto tutt’altro che banale, ma anche uno spettacolo garantito a chi ama un genere ormai in via di estinzione, ma che sembra tornare per ricordarci di non camminare al contrario ritrovandoci nuovamente agli anni delle pistole e del piombo, dopo tutta la fatica fatta per appendere fucili e cinturoni al muro.

Pubblicata su NEXTPLAY.IT
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti (3)
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

mercoledì, 17 dicembre 2008, 08:53

Una chiamata in un giorno qualsiasi trasporta suo malgrado la dottoressa Helen Benson (Jennifer Connelly), ad un incontro  straordinario della NASA, dove assieme ad altri scienziati apprenderà che un oggetto volante simile ad un asteroide sta per abbattersi nel centro di New York, con conseguente fine della vita sul pianeta terra. Ma proprio quando l’inevitabile sembra arrivato, la strana massa volante inizia a rallentare, trasformando l’impatto al suolo in un atterraggio. Nel bel mezzo di Central Park si trova una strana sfera luminosa, dalla quale esce un alieno di nome Klaatu (Keanu Reeves), che vuole portare il suo messaggio agli esponenti delle nazioni unite, per far in modo che la razza umana possa salvarsi da uno sterminio al quale egli stesso dovrà dare il via, se l’uomo non smetterà di distruggere il proprio pianeta. “Ultimatum alla terra” ritorna dopo cinquant’anni con l’ausilio di effetti speciali mastodontici e di un regista, Scott Derrickson (L’esorcismo di Emily Rose), che fin dalle prime inquadrature cerca di far comprendere quanto fosse necessario riportare un classico della fantascienza nelle sale, cambiandone però i connotati e gli intenti, contestualizzandolo alle moderne paure. In effetti il vecchio film di Robert Wise era un ottimo film di fantascienza, un classico che metaforizzava le ansie e i timori dell’epoca che vedevano nella bomba atomica (o comunque nella guerra nucleare) uno dei rischi maggiori per la popolazione umana del dopo guerra. Nel 2008 però l’inquinamento globale e lo sfruttamento sfrenato delle risorse terrestri, è forse la cosa più drammatica ed allo stesso tempo spaventosa che sta accadendo giorno dopo giorno, quindi non stupisce che il ritorno di Klaatu questa volta avvenga proprio per mettere in guardia l’uomo ancora una volta artefice con le sue mani di un destino misero e senza futuro (e difatti Klaatu, si definisce fin da subito un amico della terra, inteso come del pianeta biologico e non di tutte le razze che lo popolano). Qui sta la differenza sostanziale tra i due film, il nuovo “Ultimatum alla terra”, lancia infatti un messaggio o meglio ancora un monito rivolto al futuro, ma non partendo comunque da un fatto compiuto come lo era all’epoca la bomba atomica, ed infatti è proprio qui, quando la storia dovrebbe diventare effettivamente interessante ed anche un po’ politica, che la pellicola di Derrickson, mette da parte il coraggio ed inizia a sfilare la storia per portare lo spettatore ad un finale benevolo, del quale non si sente l’esigenza, ma che in più non lancia alcun messaggio allo spettatore. Il regista americano, proprio come l’alieno protagonista, finisce per non capire, o meglio dimenticare, lo scopo primo prefissatosi, diventando lui stesso l’alieno che non comprende la materia che deve trattare. Klaatu gira velocemente tra gli esseri umani facendosi un’idea giusta della nostra razza (ossia che pensiamo a noi stessi più che al prossimo e a ciò che ci circonda), che entro la fine viene rivoltata troppo in fretta, annullando la riflessione e forzando la speranza di redenzione. L’alieno giusto e razionale si trasforma in messia benevolo da portatore di morte e distruzione, talmente in fretta che non si comprende il motivo di questo repentino cambiamento. Scott Derrickson abbatte la bella costruzione iniziale, soffocando un plot che non voleva essere un b-movie, ma che sentendosi addosso la pressione di un vecchio capolavoro, evita lo scontro e regala un buon spettacolo. Quello che ci si domanda però è se fosse effettivamente necessario scomodare una icona cinematografica inossidabile al tempo, per raccontare alla fine la pochezza del cinema odierno fatto di visione a scapito del contenuto. A questa domanda la risposta non può che essere negativa.

Pubblicata su NEXTPLAY.IT
Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti (5)
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni

mercoledì, 19 novembre 2008, 10:38

[...]Quando tutto il fumo denso fu svaporato nell'aria e il vaso parve vuoto, Pandora guardò nell'interno: c'era ancora un grazioso uccellino azzurro; era la Speranza, l'unico bene rimasto ai mortali a conforto delle loro sventure.[...]


Con un candido marchio in bianco e nero quasi dimenticato della UNIVERSAL inizia “Changeling” di Clint Eastwood, introducendo il racconto con una scritta che poco spazio lascia a interpretazioni o allusioni di sorta riguarda a ciò che la seguirà, ossia “Una storia vera”. Nella Los Angeles del 1928 una madre di nome Christine Collins (Angelina Jolie), lotta contro la polizia dipartimentale, a causa del mai ritrovato figlio scomparso: Walter Collins. Ad aiutare la signora il reverendo Briegleb (John Malkovich), il quale sembra avere come solo ed unico scopo nella vita, lo smascheramento della peggiore forza pubblica degli Stati Uniti d’America. Il nuovo film di Clint Eastwood a parte il titolo ha ben poco a che spartire con il film di Peter Medak del 1980, ma al contrario nella pellicola del regista californiano troviamo echi di un cinema che sembrava dissolto e sparito da anni, o forse il cinema è sempre rimasto lo stesso e noi spettatori siamo cambiati nel tempo, ed il nostro sguardo preferisce altre immagini (romantiche?) a quelle classiche (drammatiche?). Un po’ come la polizia del film vuol far credere alla madre che il figlio ritrovatole sia il suo, calpestando il rispetto verso l’affetto materno, si fatica ad ammettere che una pellicola tanto classica possa al tempo stesso essere incredibilmente fresca e moderna, lavorando pure di citazioni che pescano da un passato cinematografico che sempre più stiamo dimenticando. “Changeling” in un colpo solo dimostra come la cura riposta verso una narrazione semplice ed efficace, unita ad un minimalismo dell’immagine che lavora di cesello per descrivere emozioni, sono assieme elementi molto più potenti dell’autorialismo contemporaneo ostentato dai “nuovi autori” (ma anche dai nuovi critici che cridano sempre più facilmente al genio ed al capolavoro), che di fronte ad un regista con più di ottant’anni sulle spalle, devono chinare il capo, mettere da parte la superbia ed iniziare a studiare come realizzare, i primi, ed analizzare, i secondi,  in modo asciutto e moderno un drammatico film classico. “Changeling” è una pellicola in eterna caduta verso l’inferno cosciente di ciò (la macchina da presa apre “il sipario” dall’alto al basso e lo richiude al contrario), e non ha paura di rischiare citando/rielaborando il cinema di Fritz Lang, che con “M – Il mostro di Dussendorf” creò uno dei più grandi mostri della storia moderna. La pellicola eastwoddiana diventa quindi citazionista oltreché riflessiva, raggiungendo piena maturità in un campo che il regista americano aveva fino ad ora esplorato demonizzando il suo passato d’attore (basti pensare a commedie come “Bronco Billy” o thriller come “Debito di sangue”). “Changeling” rivisita il mostro tedesco e lo contestualizza nell’America corrotta d’inizio anni trenta, dove non basta solo più il diavolo per rapire un bambino, ma serve addirittura un altro infante per adescare una vittima. Ma contro di lui c’è l’amore materno che può contare solo sulla speranza presente in fondo al cuore, dato che il mondo che partorisce nel grembo crimini e criminali, gira le spalle a chi ha bisogno di aiuto. Clint Eastwood dirige quindi un dramma sociale a tutto tondo, pieno di sentimenti e che lancia aspre critiche su di un futuro che ricorda troppo spesso “i bei tempi andati”, che tanto migliori degli attuali non erano. Il regista americano continua ad esplorare la coscienza di una nazione che sembra non imparare dai propri errori, ma al contrario cerca riparo da essi in qualcuno capace di porvi rimedio (la frase: “fuori piove acqua, grandine e democratici. E chissà se questo è un bene?”, non può non essere contestualizzata ai giorni odierni dove l’America sta forse vivendo un parallelo temporale con l’epoca in cui è ambientato il film). “Changeling” vede nella forza femminile (Pandora?) l’unica speranza perché l’equilibrio venga risanato, ed oggi a sto punto non possiamo far a meno d’iniziare a domandarci se “l’uomo moderno” non abbia davvero fatto il suo percorso e debba finalmente lasciare spazio all’altro sesso.

Pubblicata su NEXTPLAY.IT

Ovviamente, scritto da raystorm.
Permalinkalo cliccando qua - commenti (9)
Questo post è rintracciabile in: cinema, visioni