


Nonostante le premesse quanto mai ottime, il titolo che vede come protagonisti Scarlett Johansson (alla sua prima esperienza in un film d’azione) e Ewan McGregor, non riesce a conseguire il successo sperato, tanto che l’acquisizione della Dreamworks da parte di Paramount, sembra sia avvenuta principalmente per salvare la casa dal certo fallimento dovuto anche in gran parte all’alto budget speso proprio per “The Island”. Il fiasco rumoroso non fa perdere a Spielberg la fiducia in Bay, tanto da consegnare nuovamente in mano a questo le redini di un altro blockbuster ispirato ad una linea di giocattoli in voga fino a metà degli anni ‘90: “Transformers”. Nonostante i molti detrattori del regista californiano, la pellicola ispirata ai personaggi della Hasbro si trasforma in un successo commerciale da quasi un miliardo di dollari, riscattando definitivamente Bay agli occhi del pubblico e della critica (anche se questa non proprio in modo unanime). Malgrado gli alti e bassi, il cinema di Michael Bay, sebbene possa apparire superficiale e blandamente votato all’azione, è invece una visione profonda dell’estetica pura che mette sempre dei meccanismi cardine al suo centro. “The Island” è forse l’esempio più lampante di questo concetto, ove la regia citazionista ingloba e rielabora classici di ogni tipo, appropriandosi però solo del concetto estetico piuttosto che dei contenuti. Bay racconta le sue storie attraverso degli ovvi punti d’incontro presenti in ogni suo film (i meccanismi cardine a cui si faceva riferimento sopra), come ad esempio il patriottismo (quasi sempre esasperato), l’importanza della famiglia e la stereotipizzazione dei personaggi secondari (bellissimi ad esempio figure come il capo della polizia interpretato da Joe Pantoliano nei due “Bad Boys”, o il pazzo petroliere Rockhound in “Armageddon”), ma il vero filo narratore sono le immagini, i colori, i movimenti di macchina. Nel suo modo veloce e frastagliato, anche caotico di proporre il cinema, ci sono linee guida prima di tutto estetiche e ben precise, create per coinvolgere lo sguardo dello spettatore, prima ancora che il cervello, ed attraverso l’occhio percepire l’emozione di un passato da raccontare (non è un caso che proprio in “Transformers” Optimus Prime, mostri la sua storia proiettandola proprio dal sul occhio meccanico), di un futuro che si può riscrivere, di una vita che può finalmente essere vissuta da chiunque (e la scena finale di “The Island” ove un esercito di cloni prende coscienza delle propria esistenza). Ecco quindi che ad una non superficiale analisi le pellicole “giocattolo” di Bay, hanno tutte le caratteristiche di un cinema d’autore che porta con se tematiche ricorrenti, ma soprattutto un modo di esporle ben definito, legato a linee narrative che utilizzano l’immagine e la cura di essa come catalizzatore di emozioni, tanto da trasformare la trama in un pretesto per poter realizzare qualcosa di visivamente opulento, nonostante questo non significhi scarnificare i contenuti, dato che il tessuto narrativo seppur paradossalmente meno comprensibile ad una visione “di testa” è tutt’altro che blando, o secondario. Arrivando verso la fine, viene difficile, ma sarebbe anche stupido, definire Michael Bay un semplice regista di mestiere nonostante la tipologia di film da lui realizzati, ma sicuramente c’è da essere convinti che non ha ancora finito di stupire tutti noi spettatori.
"Era da qualche centinaio di proiettili che avevo smesso di raccogliere prove"Anno 1999, i registi Larry ed Andy Wachowsky assieme al tecnico John Gaeta, rivoluzionaro il mondo degli effetti speciali creando per il film “Matrix”, il “Bullet Time”. Questa tecnica utilizza l’interpolazione d’immagine per creare una sorta di inquadratura rallentata tridimensionale della scena, illudendo permettendo allo spettatore di vedere simultaneamente la scena rallentata da più angolazioni simultaneamente e fluidamente.
Anno 2001 Remedy crea per la software house Rockstar North, “Max Payne”. Il gioco fondeva il “Bullet time” all’interno di una gioco d’azione in terza persona, coronato da una storia raccontata in puro sile noir anni sessanta. “Max Payne” mostrò al mondo qualcosa di assolutamente nuovo, una fusione di più media possibile grazie al sapiente uso della creatività.
Due date quelle citate entrambi importanti per diversi motivi. “Matrix” prima e “Max Payne” poi hanno entrambi contribuito a portare qualcosa di nuovo al genere di rispettiva appartenenza, ed ora a pochi giorni dall’uscita nelle nostre sale della trasposizione cinematografica tentiamo d’immaginare cosa potrà proporre la pellicola diretta da John Moore. Il gioco creato da Remedy racconta la storia di un poliziotto, che dopo aver perso moglie e figlia, cerca vendetta per placare la sua rabbia e iniziare una nuova vita. Ambientato in una gelida New York in cui impazza una bufera di neve, Max compirà la sua vendetta, portando a termine allo stesso tempo l’indagine sul traffico della nuova droga chiamata “Valchiria”, responsabile tanto quanto gli uomini della distruzione della sua vita. Le trasposizioni di videogiochi negli ultimi anni hanno regalato film dalla qualità scostante (Doom, DOA), ma anche saghe amate dal pubblico (e molto poco dalla critica), come quella di “Resident Evil” diretta dallo “specialista del genere” Paul W.S.Anderson (“Punto di non ritorno”). Ma mentre film come “Resident Evil” o “Silent Hill”, puntavano tutto sull’estetica e sopratutto sull’intrusione nel mondo “reale” di creature fantastiche come mostri ed altro, “Max Payne” proprio come i film d’azione racconta, la straordinaria situazione con cui si ritrova volente o nolente a fare i conti un uomo qualsiasi che per l’occasione si rivela essere la figura sbagliata, nel posto sbagliato, al momento giusto. Il protagonista infatti ricorda il John McClane dei tempi migliori (con battute al vetriolo annesse), obbligato a farsi strada in solitaria per ottenere la giustizia che le forze dell’ordine corrotte non vogliono aiutarlo ad ottenere. Vestito di un trench nero ed armato di una cafoneria unica, il protagonista s’imbatte in ogni tipo di bizzarra situazione prima di arrivare alla fine e la sua voce fuori campo, ricorda costantemente che anch’egli può morire e vivere emozioni. Ecco quindi che il gioco, illusioni dovute alla droga a parte, non presenta come in altri prodotti analoghi e non, elementi paranormali o fantastici, tagliando la possibilità di seguire la stessa strada votata alla rifinitura estetica dell’elemento fantastico intrapresa dai titoli sopra citati, ma anzi al contrario, dovrà costruirsi una nuova e solida identità filmica utilizzando solo come base di partenza il plot e gli eventi utilizzati per dar vita al gioco, che già di suo contiene citazioni cinematografiche a non finire. Ecco quindi che John Moore ha la possibilità di creare un prodotto unico nel suo genere, la prima trasposizione di un’opera videoludica di chiara contaminazione cinematografica (cinema che diventa videogioco e che ritorna ad essere cinema).
Un compito difficile quello affidato al regista Irlandese, che dovrà dar vita ad un film le cui fondamenta nascono su un prodotto già largamente intriso dello stessa di materia che egli deve nuovamente plasmare, creando a sua volta un prodotto dalla bene delineata personalità visivo/narrativa. Ecco quindi che tra ovvie citazioni al gioco, sarà difficile ed allo stesso tempo accattivante vedere come il regista ha creato uno prodotto che non ricordi le fonti d’ispirazione originali (“Matrix” su tutte per quanto riguarda la parte puramente action), ed allo stesso tempo non snaturi il clima che ogni fan del videogioco si aspetta di ritrovare sul grande schermo. Il rischio in questi casi è quello di ritrovarsi tra le mani una pellicola spesso sbilanciata a favore dei fan del gioco, oppure che si ispira liberamente allo stesso realizzando una visione, o meglio rivisitazione, personale che favorisce solitamente chi si ritrova davanti luoghi, fatti e personaggi per la prima volta. Ormai manca pochissimo all’uscita nelle sale italiane di “Max Payne”, non ci resta che dire ai dubbiosi di incrociare le dita, ed a tutti gli altri di andare a vedere se la scommessa di John Moore potrà o meno dirsi vinta. “Max Payne” interpretato da Mark Wahlberg ha per ora già collezionato la sua vittoria al box office mondiale, portando molti più soldi di quelli spesi per realizzarlo. Questo sebbene non sia un attestato sull’effettiva qualità del film, crea almeno la speranza di non ritrovarsi tra le mani, l’ennesima trasposizione tutta effetti speciali e niente anima.