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mercoledì, 17 dicembre 2008, 08:53

Una chiamata in un giorno qualsiasi trasporta suo malgrado la dottoressa Helen Benson (Jennifer Connelly), ad un incontro  straordinario della NASA, dove assieme ad altri scienziati apprenderà che un oggetto volante simile ad un asteroide sta per abbattersi nel centro di New York, con conseguente fine della vita sul pianeta terra. Ma proprio quando l’inevitabile sembra arrivato, la strana massa volante inizia a rallentare, trasformando l’impatto al suolo in un atterraggio. Nel bel mezzo di Central Park si trova una strana sfera luminosa, dalla quale esce un alieno di nome Klaatu (Keanu Reeves), che vuole portare il suo messaggio agli esponenti delle nazioni unite, per far in modo che la razza umana possa salvarsi da uno sterminio al quale egli stesso dovrà dare il via, se l’uomo non smetterà di distruggere il proprio pianeta. “Ultimatum alla terra” ritorna dopo cinquant’anni con l’ausilio di effetti speciali mastodontici e di un regista, Scott Derrickson (L’esorcismo di Emily Rose), che fin dalle prime inquadrature cerca di far comprendere quanto fosse necessario riportare un classico della fantascienza nelle sale, cambiandone però i connotati e gli intenti, contestualizzandolo alle moderne paure. In effetti il vecchio film di Robert Wise era un ottimo film di fantascienza, un classico che metaforizzava le ansie e i timori dell’epoca che vedevano nella bomba atomica (o comunque nella guerra nucleare) uno dei rischi maggiori per la popolazione umana del dopo guerra. Nel 2008 però l’inquinamento globale e lo sfruttamento sfrenato delle risorse terrestri, è forse la cosa più drammatica ed allo stesso tempo spaventosa che sta accadendo giorno dopo giorno, quindi non stupisce che il ritorno di Klaatu questa volta avvenga proprio per mettere in guardia l’uomo ancora una volta artefice con le sue mani di un destino misero e senza futuro (e difatti Klaatu, si definisce fin da subito un amico della terra, inteso come del pianeta biologico e non di tutte le razze che lo popolano). Qui sta la differenza sostanziale tra i due film, il nuovo “Ultimatum alla terra”, lancia infatti un messaggio o meglio ancora un monito rivolto al futuro, ma non partendo comunque da un fatto compiuto come lo era all’epoca la bomba atomica, ed infatti è proprio qui, quando la storia dovrebbe diventare effettivamente interessante ed anche un po’ politica, che la pellicola di Derrickson, mette da parte il coraggio ed inizia a sfilare la storia per portare lo spettatore ad un finale benevolo, del quale non si sente l’esigenza, ma che in più non lancia alcun messaggio allo spettatore. Il regista americano, proprio come l’alieno protagonista, finisce per non capire, o meglio dimenticare, lo scopo primo prefissatosi, diventando lui stesso l’alieno che non comprende la materia che deve trattare. Klaatu gira velocemente tra gli esseri umani facendosi un’idea giusta della nostra razza (ossia che pensiamo a noi stessi più che al prossimo e a ciò che ci circonda), che entro la fine viene rivoltata troppo in fretta, annullando la riflessione e forzando la speranza di redenzione. L’alieno giusto e razionale si trasforma in messia benevolo da portatore di morte e distruzione, talmente in fretta che non si comprende il motivo di questo repentino cambiamento. Scott Derrickson abbatte la bella costruzione iniziale, soffocando un plot che non voleva essere un b-movie, ma che sentendosi addosso la pressione di un vecchio capolavoro, evita lo scontro e regala un buon spettacolo. Quello che ci si domanda però è se fosse effettivamente necessario scomodare una icona cinematografica inossidabile al tempo, per raccontare alla fine la pochezza del cinema odierno fatto di visione a scapito del contenuto. A questa domanda la risposta non può che essere negativa.

Pubblicata su NEXTPLAY.IT
Ovviamente, scritto da raystorm.
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giovedì, 04 dicembre 2008, 10:55

"Era da qualche centinaio di proiettili che avevo smesso di raccogliere prove"

Anno 1999, i registi Larry ed Andy Wachowsky assieme al tecnico John Gaeta, rivoluzionaro il mondo degli effetti speciali creando per il film “Matrix”, il “Bullet Time”. Questa tecnica utilizza l’interpolazione d’immagine per creare una sorta di inquadratura rallentata tridimensionale della scena, illudendo permettendo allo spettatore di vedere simultaneamente la scena rallentata da più angolazioni simultaneamente e fluidamente.

Anno 2001 Remedy crea per la software house Rockstar North, “Max Payne”. Il gioco fondeva il “Bullet time” all’interno di una gioco d’azione in terza persona, coronato da una storia raccontata in puro sile noir anni sessanta. “Max Payne” mostrò al mondo qualcosa di assolutamente nuovo, una fusione di più media possibile grazie al sapiente uso della creatività.

Due date quelle citate entrambi importanti per diversi motivi. “Matrix” prima e “Max Payne” poi hanno entrambi contribuito a portare qualcosa di nuovo al genere di rispettiva appartenenza, ed ora a pochi giorni dall’uscita nelle nostre sale della trasposizione cinematografica tentiamo d’immaginare cosa potrà proporre la pellicola diretta da John Moore. Il gioco creato da Remedy racconta la storia di un poliziotto, che dopo aver perso moglie e figlia, cerca vendetta per placare la sua rabbia e iniziare una nuova vita. Ambientato in una gelida New York in cui impazza una bufera di neve, Max compirà la sua vendetta, portando a termine allo stesso tempo l’indagine sul traffico della nuova droga chiamata “Valchiria”, responsabile tanto quanto gli uomini della distruzione della sua vita. Le trasposizioni di videogiochi negli ultimi anni hanno regalato film dalla qualità scostante (Doom, DOA), ma anche saghe amate dal pubblico (e molto poco dalla critica), come quella di “Resident Evil” diretta dallo “specialista del genere” Paul W.S.Anderson (“Punto di non ritorno”). Ma mentre film come “Resident Evil” o “Silent Hill”, puntavano tutto sull’estetica e sopratutto sull’intrusione nel mondo “reale” di creature fantastiche come mostri ed altro, “Max Payne” proprio come i film d’azione racconta, la straordinaria situazione con cui si ritrova volente o nolente a fare i conti un uomo qualsiasi che per l’occasione si rivela essere la figura sbagliata, nel posto sbagliato, al momento giusto. Il protagonista infatti ricorda il John McClane dei tempi migliori (con battute al vetriolo annesse), obbligato a farsi strada in solitaria per ottenere la giustizia che le forze dell’ordine corrotte non vogliono aiutarlo ad ottenere. Vestito di un trench nero ed armato di una cafoneria unica, il protagonista s’imbatte in ogni tipo di bizzarra situazione prima di arrivare alla fine e la sua voce fuori campo, ricorda costantemente che anch’egli può morire e vivere emozioni. Ecco quindi che il gioco, illusioni dovute alla droga a parte, non presenta come in altri prodotti analoghi e non, elementi paranormali o fantastici, tagliando la possibilità di seguire la stessa strada votata alla rifinitura estetica dell’elemento fantastico intrapresa dai titoli sopra citati, ma anzi al contrario, dovrà costruirsi una nuova e solida identità filmica utilizzando solo come base di partenza il plot e gli eventi utilizzati per dar vita al gioco, che già di suo contiene citazioni cinematografiche a non finire. Ecco quindi che John Moore ha la possibilità di creare un prodotto unico nel suo genere, la prima trasposizione di un’opera videoludica di chiara contaminazione cinematografica (cinema che diventa videogioco e che ritorna ad essere cinema). Un compito difficile quello affidato al regista Irlandese, che dovrà dar vita ad un film le cui fondamenta nascono su un prodotto già largamente  intriso dello stessa di materia che egli deve nuovamente plasmare, creando a sua volta un prodotto dalla bene delineata personalità visivo/narrativa. Ecco quindi che tra ovvie citazioni al gioco, sarà difficile ed allo stesso tempo accattivante vedere come il regista ha creato uno prodotto che non ricordi le fonti d’ispirazione originali (“Matrix” su tutte per quanto riguarda la parte puramente action), ed allo stesso tempo non snaturi il clima che ogni fan del videogioco si aspetta di ritrovare sul grande schermo. Il rischio in questi casi è quello di ritrovarsi tra le mani una pellicola spesso sbilanciata a favore dei fan del gioco, oppure che si ispira liberamente allo stesso realizzando una visione, o meglio rivisitazione, personale che favorisce solitamente chi si ritrova davanti luoghi, fatti e personaggi per la prima volta. Ormai manca pochissimo all’uscita nelle sale italiane di “Max Payne”, non ci resta che dire ai dubbiosi di incrociare le dita, ed a tutti gli altri di andare a vedere se la scommessa di John Moore potrà o meno dirsi vinta. “Max Payne” interpretato da Mark Wahlberg ha per ora già collezionato la sua vittoria al box office mondiale, portando molti più soldi di quelli spesi per realizzarlo. Questo sebbene non sia un attestato sull’effettiva qualità del film, crea almeno la speranza di non ritrovarsi tra le mani, l’ennesima trasposizione tutta effetti speciali e niente anima.

Pubblicato su NEXTPLAY.IT
Ovviamente, scritto da raystorm.
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