martedì, 29 maggio 2007, 15:53
920 D.C., dinastina Tang. Una famiglia imperiale al culmine della sua potenza. Un imperatore rigoroso e rispettoso delle tradizioni, una imperatrice divisa tra l’amore verso i figli e l’odio nascosto a discapito del marito. Un figlio nato ed educato per essere l’erede al trono, uno senza possibilità di riscatto ed un’ultimo allevato per vivere all’ombra dell’intera famiglia.All’interno del palazzo reale si consumano intrighi, incesti, mezze verità e amori clandestini in attesa dell’annuale festa del crisantemo. Espandere ulteriormente la trama che compone l’ultimo film di Zhang Yimou rischia di comprometterne la visione irreparabilmente, non tanto per i colpi di scena piazzati con certosino tempo scenico, ma perché andrebbe a togliere fascino al modo crescente con cui questa viene svelata. Una messa in scena barocca che straripa dallo schermo, in netto contrasto con una storia torbida che si dipana lenta, afferra al collo lo spettatore lasciandolo sempre più senza fiato col proseguo degli eventi. Il regista cinese forte di due attori dall’indubbia bravura come Gong Li (al suo fianco in diverse pellicole) e Chow Yun Fat, inscena la decadenza della famiglia reale che riporta per forza di cose alla mente “Ran” di Kurosawa. “La città proibita” contagia l’occhio con i suoi colori e sequenze epiche, ma allo stesso tempo coinvolge la mente fornendo ad essa sempre più tasselli per ricomporre il piano di riscatto messo a punto dall’imperatrice. Yimou questa volta si guarda dal creare empatia verso uno dei personaggi, perché immedesimare lo spettatore nei panni di uno degli esponenti della famiglia imperiale, di tramuterebbe nella perdita della visione globale dei fatti narrati durante il racconto cinematografico. Tutte le figure che si muovono dentro e fuori del palazzo sono delle anime impure, corpi fatti di sangue e peccati, esseri esteticamente perfetti dall’animo deforme per il quale non c’è più possibilità di riscatto. Ogni abitante della città in contatto con la famiglia reale, diviene inevitabilmente corrotto, che siano 10.000 soldati, o la serva dell’imperatrice, nessuno viene risparmiato dalla distruzione dell’essere, questo indipendentemente che avvenga nel piano materiale/fisico (i morti in questo film non si contano), oppure spirituale/mentale (l’oppressione della mente raggiunge l’apice verso la parte conclusiva). Se è vero che le più grandi dinastie hanno visto la loro fine nascere da dentro loro stesse, “La città proibita” è la spettacolare messa in scena della caduta che avviene un’attimo dopo aver raggiunto l’apice della grandezza. “La città proibita” è il cinema che contamina l’immaginario al reale, andando a costruire una struttura dalle tonalità ridondanti, le quali seducono lo spettatore per poi mostrare ad esso degli angoli oscuri che mettono paura, piccole zone d’ombra in cui l’apparenza crolla a favore degli istinti animaleschi che popolano l’animo dell’uomo, e non è un caso che sia sempre il nero la tonalità portatrice di morte (indipendentemente che sia vestita addosso ad un guerriero o racchiusa in un bicchiere di veleno), perché nelle viscere di quello che ignoriamo si nasconde la nostra fine.
Ovviamente, scritto da raystorm.
lunedì, 21 maggio 2007, 18:52
Dopo cinque anni di inattività dal suo ultimo film “Panic Room” il regista co-fondatore della “Propaganda Films” David Fincher ritorna in grande spolvero con quello che è considerabile il suo prodotto più ambizioso. “Zodiac” è un film/cronaca che ritrae una parte della vita di Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal), un vignettista del “San Francisco Chronicle” il quale fu assieme ad altre persone, tra cui un collega ed un poliziotto, ossessionato dal mistero celato sulla risoluzione del caso che da nome al film. “Zodiac” è stato un serial killer che tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta terrorizzo la popolazione americana in seguito ad una catena di delitti ai quali la polizia non riuscì mai a venire a capo. L’omicida si prese gioco dei media e dei corpi dello stato per tutto il tempo della sua attività, annunciando i sui delitti e moventi tramite un codice cifrato il quale veniva di volta in volta pubblicato sui giornali. Ad oggi non è mai stato possibile scoprire la sua vera identità, come impossibile fu creare uno schema comportamentale che desse una logica alla catena di omicidi da esso compiuti. “Zodiac” porta sullo schermo l’omonimo libro scritto da Robert Graysmith in persona, ma lo fa in un modo del tutto inaspettato, perché volenti o nolenti non si sarebbe mai immaginato che Fincher costruisse un film simile a i “Tutti gli uomini del presidente”, al contrario è più lecito entrare in sala credendo di apprestarsi a vedere un altro thriller sofisticato e voyeuristico come il suo precedente “Se7en”. Il regista di Denver segna con questa ultima pellicola un decisivo passo avanti nell’esposizione dei contenuti, ma cosa non da meno sembra aver trovato un’equilibrio stilistico visivo dopo quel sottovalutato esercizio di stile che fu “Panic Room” cinque anni fa. “Zodiac” però mostra un Fincher deciso, maturo e ambizioso, a mettergli i bastoni tra le ruote troviamo una sceneggiatura non sempre all’altezza del tema trattato, ma anche alcune scelte non convincenti in fase di montaggio, al contrario tutto il resto della pellicola è perfettamente riuscita. Un’enorme limite del film sta nel voler focalizzare la sua narrazione esclusivamente sui tre personaggi caduti nell’ossessionante mistero che si cela dietro all'identità del serial killer, questo fa si che ogni cosa con cui questi interagiscono sia perfettamente delineata e comprensibile, sarebbe stato preferibile aggiungere a questo importante merito la descrizione dell'epoca sfruttando eventi socio politici che non mancavano in quegli anni, ed allo stesso tempo avrebberò aiutato a far comprendere perché l’intera popolazione fu sconvolta. Ma purtroppo non è stato così, la sceneggiatura pecca in questo senso e dopo una prima parte in cui veniamo introdotti in maniera cinica a quanto avverrà dopo, la sensazione di non aver mai tutto sotto controllo si fa sentire sempre più con il proseguire dei minuti. David Finher però mette di suo un’abilità tecnica, che come detto prima, ha piena maturità stilistica ed in alcuni punti regala delle scene veramente indimenticabili. La bravura del regista americano risiede nell’essere riuscito a portare avanti visivamente un film inchiesta donandogli un'estetica moderna, ma sbalordisce per come riesca a imprimere nella mente dello spettatore il fatto che “Zodiac” più che un killer, più che una persona deviata, divenne in quegli anni un vero e proprio babau moderno. Nella pellicola l’omicida diviene un fantasma carnale presente nella mente dei protagonisti, ma anche in ogni stanza ed angolo di strada, il pericolo può essere ovunque proprio perché non se ne conosce l’origine ed il modus operandi. Tra un’inchiesta di polizia e l’altra, tra minacce di morte e ossessioni personali, il film non tenta di dare identità ad una forma indefinita, a qualcosa avvolto nell’oscurità di un corpo, ma ricostruisce lo spazio mentale di una paura che abbaglia gli occhi e la testa, ma tiene distante il cuore.
Ovviamente, scritto da raystorm.
mercoledì, 02 maggio 2007, 18:41
Terzo appuntamento con il ragno più famoso di tutti i tempi, ed altro capitolo portato a segno dal regista americano Sam Raimi che con un’atto di coraggio dirotta completamente le coordinate stilistiche/narrative su territori completamente nuovi e tortuosi rispetto ai primi due episodi. “Spider-man 3” è un film che osserva l’abisso dell’animo umano, per poi caderci verticalmente arrivando a terra trovando la speranza da regalare ai protagonisti, ed allo spettatore. Perché “Spider-man 3” mostra come la speranza di conseguire la propria felicità è più palpabile di quanto non si creda, anche se il prezzo per raggiungerla non è certamente basso. La terza avventura del ragno è la più ambiziosa perché fa i conti con il passato che abbiamo visto nelle precedenti pellicole, le riflessioni sull’essere umano e la ricerca del suo angolo di paradiso sono espletate magistralmente da un Raimi, il quale non ha paura di sacrificare un ritmo omogeneo per raccontare una storia che, va sottolineato, non annoia nonostante la cospicua durata perchè tra tutte le cose che deve e vuole raccontare non smarrisce mai la strada da percorrere. Dal secondo episodio il tempo è passato; Spider-Man è ora amato dai cittadini di New York e Peter Parker (Tobey Maguire) ha al suo fianco la donna che ama (interpretata da una Kirsten Dunst sempre più brava), ma allo stesso tempo sia l’uomo che l’eroe devono fare i conti con un passato rappresentato dall’amico Harry Osborn (James Franco) in cerca di vendetta e dal vero assassino di suo Zio Ben un criminale di nome Flint Marko (Thomas Haden Church). Insomma nella vita di una New York pulsante le vite di Peter, Zia May (Rosemary Harris), Mary Jane e Harry sembrano puntini in mezzo ai caratteri dei titoli giornalistici. Ma sarà la perdità di memoria di Osborne, l’arrivo di un alieno simbionte che s’impossesserà sia di Spider-Man che di Peter e un sentimento di vendetta che anima le azioni dell’erore a movimentare ancora le vite di tutti i personaggi. Con tre nemici in carne ed ossa e uno “spirituale” il nostro ragno di quartiere questa volta ne passerà di tutti i colori, in un film dove la telecamera cade verso l’abisso dell’essere anche lo spettatore diviene un Virgilio dell’animo umano. Non esiste redenzione in questi anni, ma solo ossessione del domani che promette un futuro felice, però l’unico che riuscirà effettivamente a viverlo seppur per poco sarà Harry Osborne, che in seguito ad una amnesia temporanea scorderà il passato ritrovandosi a vivere in un paese dei balocchi, circondato da agio e dagli amici che gli vogliono bene. Passato e futuro si scontrano fin dai titoli di testa dove tra i ricordi cristallizzati dei primi episodi, troviamo il simbionte alieno che gira tra questi in cerca di un corpo da possedere. Un film atipico, più autoriale di quello che ci si potrebbe aspettare questo “Spider-Man 3”, il regista americano pone la sua visione crepuscolare ed il tema del passato che volente o nolente ritorna, proprio come già aveva fatto in “Soldi Sporchi” o “The Gift” divenendo con il suo occhio il vero protagonista della pellicola, accompagnando Peter Parker verso l’età adulta, formando legami con i precedenti capitoli, trasformando la trilogia in un racconto di formazione umana dai temi più profondi di quanto non ci si aspetta da questo genere di film. Un disegno ad incastro che pesca nello ieri un motivo per creare un domani, non importa se alcuni personaggi sono inseriti al probabile scopo di poter dare una continuazione futura alla saga, la vera cosa interessante è vedere come i personaggi conosciuti in questi anni siano diventanti veramente umani, con macchie da cancellare e ricordi da cui imparare, proprio perché le nostre vite sono la somma di tutte quelle con cui entriamo in contatto, così noi diamo a Peter qualosa per cui vale la pena di lottare, egli mostra a noi che arrendersi non porta comunque ad una soluzione accomodante. Dobbiamo tutti ambire al nostro piccolo angolo di paradiso, anche se a volte per farlo bisogna arrivare a compiere il gesto più semplice ed importante di tutti, il perdono.
Ovviamente, scritto da raystorm.