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martedì, 30 gennaio 2007, 18:57

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Guardando la filmografia del regista Edward Zwick non si può non notare come la qualità dei film da lui realizzati sia spesso altalenante, o forse sarebbe meglio sottolineare il fatto che il modo di intendere cinema da parte del cineasta sia talmente personale da venire più volte frainteso. Per il suo ultimo kolossal avventuroso abbandona le terre nipponiche medioevali de “L’ultimo samurai”, a favore del più “moderno” continente africano anni ’90. “Blood Diamond” ambienta la storia di due uomini dall’egoistica umanità, nel mezzo della guerra civile del 1992 in Sierra Leone. Qui si muovono Danny Archer (Leonardo DiCaprio) e Solomon Vandy: il primo un trafficante di diamanti illegali ed il secondo un padre che vuole riunire la sua famiglia. La scoperta da parte di Vandy di un rarissimo diamante rosa farà si che Archer lo aiuti nel suo scopo, a prezzo che egli riveli dove ha nascosto la pietra. Costantemente in bilico tra il voler essere un blockbuster d’azione ed un film di cronaca, “Blood Diamond” scorre come una corsa campestre per tutta la sua durata. Edward Zwick muove la macchina da presa restituendo la sua classica estetica da cartolina malinconica, in un territorio che questa volta gli è meno congeniale del previsto. Se infatti nel ricostruire epiche pellicole in costume, si pensi anche a "Glory", gli ha procurato una certa notorietà e successo, l’avvicinarsi dei tempi e delle storie agli anni moderni spogliano il suo modo di girare di quel phatos a cui ci ha abituati. La pellicola ricostruisce molti fatti e cura benissimo tutte le parti in cui si muovono i due protagonisti, dove invece fallisce peccando di superficialità è negli innesti collaterali della storia. Non è un caso imbattersi in momenti di stanca quando il fiume principale della trama devia il suo corso su fatti secondari, molto interessanti che creano l’atmosfera, ma i quali invece di aumentare la consistenza del film ne sminuiscono la forma, appesantendo un’intelaiatura narrativa altresì perfetta per passare due ore al cinema ed un paio di giorni a riflettere su quanto visto a visione terminata. Chiaro e scuro si scontrano in “Blood Diamond” quando avrebbero fatto meglio ad intrecciarsi, andando così ad infliggere un duro colpo nelle menti degli spettatori ignari che alcune verità ancora oggi siano prese alla leggera come anelli di fumo. Il risultato finale è un film indeciso sulla strada da compiere per rimanere impresso nelle menti di chi lo vede. Gli unici che non rimarranno delusi saranno coloro i quali si lasceranno abbandonare dalle immagini del baraccone imbastito da Zwick, che regala i momenti migliori quando mette da parte velleità documentaristiche e si ricorda di essere un film.
Ovviamente, scritto da raystorm.
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venerdì, 26 gennaio 2007, 15:05

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Il nuovo film del regista italiano Gabriele Muccino è una produzione americana in tutto e per tutto, basata sulla storia vera di Chris Gardner (Will Smith) e figlio, mette in scena le lotte compiute da questo contro un sistema capitalista che poco spazio lascia a sogni e speranze. Nelle due ore di film vedremo solamente una parte della vita di Gardener, concentrata per lo più nella sua spasmodica ricerca di lavoro per poter salvare la sua famiglia e dare al figlio il futuro migliore possibile. Muccino alla prima sua regia su una sceneggiatura non proprietaria, ma scritta dal promettente sceneggiatore Steve Conrad, crea una pellicola impersonale che dell’italiano direttore ha solo la firma visiva. “La ricerca della felicità” segna un buon passo avanti da parte del regista verso un’ulteriore equilibrio stilistico, sembra però incontrare difficoltà sul lato emozionale. Strano ma vero il film non riesce mai a coinvolgere completamente lo spettatore nella vicenda, il trasporto necessario, la creazione di empatia nei confronti del protagonista sono due cose che non trovano costanza durante la visione, rendendoci troppo distaccati per poter comprendere realmente l’agonia e disperazione di Gardner. Se si esclude questo non propriamente trascurabile problema si può considerare la pellicola più che riuscita. “La ricerca della felicità” fluttua su due piani distinti ma ben intrecciati dalla sceneggiatura, mostrandoci i bassifondi della città degradati ed inadatti alla vita di una persona nonché modello indiscutibile di annullamento del “sogno americano”, ed a fare da contrasto a ciò troviamo  i grandi palazzi del centro, in cui tutto è propeso verso l’alto, dove sembra albergare la salvezza, ove limpossibile diviene realizzabile anche se spesso questo va a discapito di chi sta in basso. Due opposti che coesistono equamente nel film di Muccino, come accade anche al personaggio interpretato da un grandioso Will Smith, ed infatti vediamo il padre affettuoso, ma pure l’uomo che per conseguire lo scopo sa che deve compiere qualche peccato, perché da nessuna parte insegnano che per inseguire i sogni si resta candidi. “La ricerca della felicità” fallisce nel suo probabile obbiettivo primario, quello di emozionare, ma si salva molto bene nella rappresentazione della disgregazione tra fascie sociali abbattutasi negli anni del crack finanziario americano. Un film freddo che si lascia ugualmente vedere, rimane interessante per tutta la sua durata ma regala più sbadigli che sorrisi o lacrime, questo è probabilmente dovuto anche al fatto che lo spettatore extra U.S.A. non potrà mai comprendere appieno la pregnante atmosfera di un’America in rovina, ancora esistente ma da sempre ben nascosta.
Ovviamente, scritto da raystorm.
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giovedì, 25 gennaio 2007, 12:24

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Il regista indiano M. Night Shyamalan al sesto film cambia radicalmente impronta raccontando una favola nera, addentrandosi in un campo del tutto nuovo per lui, ove le leggi naturali possono essere piegate e la materia può perdere consistenza divenendo sogno. La leggenda vuole che una volta ci fosse una popolazione marina la quale aiutava gli esseri umani nella costruzione della civiltà, poi negli anni l’uomo divenne sordo ai consigli degli amici acquatici allontanandosi da questi. Ma il popolo del mare nonostante tutto non ha mai perso fiducia nei terrestri, ed infatti invia i propri figli alla ricerca di uomini predestinati a cambiare il mondo. Una volta che questi messaggeri avranno portato a termine il loro compito potranno finalmente fare ritorno a casa, sempre se saranno sopravvissuti ai nemici che bramano la loro vita. Ed è così che durante la notte dalla piscina di un condominio apparirà agli occhi di Cleveland (Paul Giamatti) una musa acquatica di nome Story (Bryce Dallas Howard), bisognosa di portare il suo messaggio a destinazione prima di ritornare nel suo mondo. Un nuovo film diretto e scritto dal regista indiano, che svecchia e finalmente dimostra a tutti l’autoapprendimento da parte di questo nel voler finalmente abbandonare la sua struttura narrativa classica, che vedeva ormai nel finale rivelatore/ricostruttore il suo punto più debole. Quindi messa da parte la formula inaugurata da “Il sesto senso” Shyamalan continua il suo percorso narrativo utilizzando una fiaba e continuando con la messa in scena di una storia corale, senza per questo rinunciare alle sue atmosfere scure e minacciose che da sempre lo caratterizzano. “Lady in the water” è un film per tutti, ma proprio in tutti i sensi. Politicamente correttissimo fa convivere sullo schermo personaggi di ogni etnia, età e religione e tutto al fine di dimostrare che c’è ancora speranza nella collettività momentaneamente perduta; l’unione fa la forza e tutti insieme possiamo compiere azioni incredibili ed impensabili, basta solamente credere in noi e nel prossimo. Fondamentalmente questo è l’unico significato abbastanza plausibile da ricercare in questa pellicola trasparente come l’acqua. “Lady in the water” è una favola ma si dimentica troppo spesso di esserlo, nonostante veniamo più volte esortati a staccarci dalla realtà mediante alcuni giochi di parole metacinematografici, il film sbaglia in pieno quando va alla ricerca della componente fantastica cercandola nella realtà quotidiana dei personaggi risultando a tratti imbarazzante. Nel film di Shyamalan la materia non perde consistenza ed il sogno non riesce mai a prendere il sopravvento, costringendo lo spettatore a cercare brividi ed emozioni non nella storia o nelle immagini, ma nel comparto sonoro, unica parte del film completamente riuscita. In realtà “Lady in the water” è una favola che troppo spesso si dimentica di esserelo, oppure al rovescio è un thriller che fatica ad incastrare al suo interno le coordinate del fantastico. La storia interessante ed originale alla fine è uno specchio di vanità stilistica da parte di un regista che questa volta nel curare la confezione ha litigato con il contenuto. Ed in tutto ciò ci ritorna in mente la matrigna di Biancaneve che davanti allo specchio voleva delle risposte, se noi facessimo la stessa cosa davanti alla piscina da cui compare per la prima volta "Story" probabilmente vedremmo solo acqua e niente magia.
Ovviamente, scritto da raystorm.
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martedì, 23 gennaio 2007, 11:16

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Un’uomo di schiena che alza il pugno verso il cielo a voler cercare gloria e riscatto, nel tentativo disperato di sentirsi nuovamente vivo. Questo accadeva nel 1976 e succede nuovamente oggi nel 2007, ed anche sono  trascorsi anni è bello vedere che le emozioni resistono al tempo. ”Rocky Balboa” è un film che stupisce positivamente in ogni suo aspetto, Stallone decide di chiudere un cerchio e lo fa nel migliore dei modi, inserendo in una pellicola spesso e volentieri mediocre una sincerità ed umanità che fanno dimenticare presto tutti i problemi che essa ha nel suo DNA. Questo ultimo capitolo del pugile di Philadelphia è un omaggio esplicito ai fans del personaggio, ma è anche una macchina del tempo che ci riporta alla mente il cinema degli anni settanta, infarcito di retorica fino a farlo soffocare in un susseguirsi di blocchi narrativi in cerca di una coesione coerente a volte negata. Ma anche questo non importa perché Sylvester Stallone vince la sfida egregiamente chiudendo con il personaggio che gli ha portato notorietà maggiore. Nel corso del film vediamo un uomo di sessant’anni che vince la sfida con l’ombra di un personaggio rapitore della identità reale di un attore ormai del tutto outsider, quasi diemnticato e spesso sghernito. “Rocky Balboa” ha un’impostazione classica ed impara dalla ragazza da un milione di dollari di Eastwood la spietatezza di una realtà che tende a disintegrare i miti, infatti la pellicola di Stallone sembra espandere quei punti mancanti di dialogo del film di Eastwood, dove i messaggi retorici li erano lasciati sottointesi tra gli sguardi dei protagonisti, in “Rocky Balboa” sono enunciati come perle di saggezza da parte del personaggio. Durante il film spesso scatta la risata per l’imbarazzo generato da alcuni momenti drammatici, ci si rende conto che Stallone riesce meglio a gestire le scene quando non cerca di sperimentare arditi movimenti di macchina, vengono messi in risalto spesso e volentieri i limiti recitativi di tutto quanto il cast, ma l’emozione di vedere tutti quanti credere in quello che fanno, osservare gente dimenticata dal mondo cinematografico riprendersi la notorietà che gli spetta è impagabile. Quando il tema musicale di Rocky fa nuovamente capolino nella scena, anche se siamo coscienti che non si è di fronte ad un film riuscito in ogni sua parte, non possiamo fare a meno di alzare anche noi il pugno per salutare la fine di un mito, la chiusura di un’era cinematografica e la riscoperta di un uomo, Silvester Stallone.
Ovviamente, scritto da raystorm.
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lunedì, 22 gennaio 2007, 14:26

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In una terra dove reale ed irreale sembrano fondersi, dove la guerra è presente nella vita quotidiana al pari della magia, vive Sophie una ragazza che si appresta a vivere la sua più grande esperienza: l’amore. Tramutata in vecchia da una maledizione si ritroverà a fare la governante nel castello incantato del mago Howl, nella speranza di liberarsi dalla fattura fattagli dalla strega delle lande. Dopo innumerevoli avventure e personaggi di ogni tipo Sophie imparerà a convivere con se stessa ed allo stesso momento con gli altri. E’ successo un’altra volta, di fronte a questo lavoro del nipponico regista Hayao Miyazaki siamo ritornati nuovamente bambini, e come ogni volta siamo felicissimi che sia accaduto. Dopo “La città Incantata” sembrava che per l’ennesima volta volesse ritirarsi e fortunatamente così non è stato, ma per di più questo lungometraggio animato mostra ancora una volta, come se ve ne fosse stato il bisogno, le enormi doti di quello che è forse il più grande narratore moderno per bambini di ogni età. “Il castello errante di Howl” è un volo radente sull’acqua di un lago intriso di colori vivaci, si plana su paesaggi indimenticabili ascoltando melodie stupende, non c’è spazio per riflettere ma solo per godersi tutto quello che ci viene raccontato, per pensare basteranno i titoli di coda quando ormai avremmo smesso di volare e inizieremo a fischiare il motivo del film contenti ma non assuefatti, perché alla fine si vorrebbe avere subito la possibilità di riprovare così tante emozioni. Nonostante sia risaputa la bravura di Myazaki nel raccontare storie adatte ad ogni età, non si riesce a rimanere impassibili di fronte ai suoi film, ogni volta ci si sorprende di come questo cineasta riesca sempre a trovare un modo del tutto originale per narrare le sue storie, senza dimenticare d’inserirci i suoi temi distintivi come l’inquinamento e la guerra. “Il Castello errante di Howl” è un manifesto di rara intensità e bellezza, dove veniamo esortati a non abbandonare mai la nostra identità, le nostre idee ed i nostri sogni, perché le cose che ci rendono persone non sono fuori o attorno a noi, ma bensì racchiuse nel nostro cuore in un romantica poetica che non dovremmo mai tentare di nascondere agli altri ma prima ancora a noi stessi. Ed è proprio il racconto di formazione inversa a stupire maggiormente, dove vediamo il personaggio di Sophie divenire vecchia e comprendere come l’età non conti poi molto se lo spirito rimane allegro e giovane; si potrebbero spendere ore a parlare del personaggio, ma anche di tutti gli altri comprimari, però si rischierebbe di annullare completamente la magia della storia. Tra incantesi, guerre, porte che si aprono sull’infinito che tutti vorremmo vedere, Hayao Miyazaki ci regala il suo ennesimo capolavoro.
Ovviamente, scritto da raystorm.
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venerdì, 19 gennaio 2007, 10:12

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Guardare il nuovo film di Kevin Smtih (In Cerca di Amy) “Clerks 2” è come passare una giornata in compagnia di amici che non si vedevano da tempo. Sono passati dieci anni dal primo e bellissimo “Clerks” dove un atipico, per l’anno di uscita, bianco e nero ci aveva fatto conoscere tutta una serie di personaggi strambi ma allo stesso tempo adorabili ed indimenticabili. Dante (Brian O'Halloran) ragazzo in cerca di un equilibrio in amore e commesso del Quick Stop, Randall (Jeff Anderson) anche lui commesso, di una videoteca però, costantemente alla ricerca di qualcosa che gli possa piacere. Fuori dai due negozi trovavamo Jay e Silent Bob (rispettivamente Jason Mewes e Kevin Smith) altra coppia di amici che per vivere spacciano marijuana. Ora a dieci anni di distanza ritroviamo ancora le quattro figure ma con una differenza, non c’è più il Quick Stop, per cui Dante e Randall si ritrovano a lavorare in un fast food, Jay e Silent Bob continuano a spacciare ma si sono trasferiti anche loro nel nuovo luogo di lavoro degli altri due. Ma il tempo passa per tutti e nessuno ha più vent’anni, i problemi sono diversi, l’amore e la vita viene vissuta ed apprezzata in modo decisamente nuovo, ed anche le nuove conoscenze come la bellissima Becky (Rosario Dawson) e il “particolare” Elias (Trevor Fehrman) sono “schiave” della loro età e dei tempi. “Clerks 2” proprio come il primo costruisce il suo film unendo con gusto un sacco d’intermezzi comici e cinici, mescolandoli questa volta anche con qualche citazione a classici del cinema moderno, ma anche passato. I dialoghi sono taglienti e scorretti come quelli di dieci anni prima, ma qualcosa è cambiato, tutto sembra simile ma un particolare differisce: il colore. Questo seguito abbandona il bianco e nero per sposare i colori e l’uso che ne fa è del tutto incredibile. Kevin Smith non crea una nuova atmosfera, ma continua semplicemente quella del primo film, raccontando in questo una parentesi dei due amici semplicemente diversa ed obbligatoria, ovvero il passaggio all’età adulta. Si perché si può essere teen ager anche a trent’anni, ma tanto prima o poi arriva per tutti il giorno in cui bisogna decidere se cambiare oppure rimanere attaccati alla propria identità, arrivati alla fatidica domanda la cosa migliore da fare è scorrere indietro il tempo ripensando a tutti i momenti vissuti e con chi. Una volta fatto ciò bisogna mettere sulla bilancia quello che si vuole veramente ed anche ciò che il futuro sta servendo sul piatto. Per quel che riguarda questa avventura colorata dei commessi più famosi del mondo, siamo contenti che alla fine ritorni il bianco e nero che ci fa per forza voler rivedere il primo episodio, ritornando tutti a casa, o se preferite alla chiusura del cerchio. Un cerchio che diviene un loop continuo tra passato e futuro, tra momenti allegri e tristi, ma tutti sempre da ricordare.

Ovviamente, scritto da raystorm.
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martedì, 16 gennaio 2007, 09:36

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Il “Million Dollar Hotel” è un contenitore di ospiti particolari, ognuno con una propria caratteristica ed unicità. Tra le sue stanze può trovare posto qualunque essere umano sfrattato a forza dalla società avara di seconde possibilità ed anche di benevolenza. Ma la vita sospesa dei popolani di questo particolare "atollo" inizia a cambiare quando l’agente speciale Skinner (Mel Gibson) va ad indagare tra le stanze e le persone dell’albergo. Niente sarà più come prima grazie ad un presunto omicidio che donerà la speranza di un sogno, o di un ritorno alla società che li aveva esiliati, a tutti i reietti dell’albergo. “Million Dollar Hotel” di Wim Wenders è la caduta in un baratro dopo il quale non esiste alcuna forma di risalita, ma al contrario è una strada in discesa a senso unico. Ogni stanza dell’albergo ha una propria storia, fatta di tradimenti, passioni, sogni e sentimenti, non importa che tipo di persona sia l’ospite, sono tutti ben accetti, perché per poter girare tra quei corridoi degradati bisogna avere effettivamente qualcosa da dire, da raccontare, ma soprattutto una personalità di cui non ci si deve vergognare. “Million Dolar Hotel” è la vittoria del sogno sulla realtà, il cammino verso la consapevolezza di noi stessi ove per comprendere il significato del vivere è indispensabile passare attraverso la morte, perchè l'esistenza in un modo ostile imprigiona l'essere in un catrame nero da cui sembra non esserci alcuna via di fuga. I piedi del protagonista che si staccano da terra (dal catrame) per spiccare un volo verso l’ignoto, sono li a dimostrare che la vita è una continua sorpresa, ed è proprio il suo non essere prevedibile che la rende l’esperienza più grande a cui l'uomo può ambire. Wenders consuma la candela del suo film tra voci fuori campo ed una schiera di freaks metropolitani dalla difficile digestione e assimilazione. Il suo voler raccontare una storia in bilico tra piano materiale e spirituale si è rivelato un compito più difficile del previsto per il regista de “Il Cielo sopra Berlino”, che riesce ad appesantire una storia oltre il limite della sopportazione. “Million Dollar Hotel” ha un cuore favolistico bellissimo, in netto contrasto con una rappresentazione che fa della prolissità di parole e tempi uno spreco inutile, appesantendo una pellicola che avrebbe dovuto scorrere leggera attraverso il cuore e gli occhi. Un film che cresce a dismisura fino ad implodere su se stesso, lasciando un senso di vuoto all’interno dello spettatore, il quale non potrà far altro che gustarsi la splendida colonna sonora, ad opera per lo più degli U2, unico valido motivo per cui sia valsa la pena produrre un titolo del genere.
Ovviamente, scritto da raystorm.
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martedì, 09 gennaio 2007, 16:49


La saga cinematografica di Batman è una delle più popolari e discusse di sempre. Colui che per primo si imbarcò nell’impresa iniziale fu un rivoluzionario, per l’epoca, regista di nome Tim Burton, il quale propose la sua visione del personaggio creando una pellicola originale e personalissima, ed allo stesso tempo riuscì a portare una ventata d’aria fresca al genere comic-movie. Quello che successe poi consideriamolo storia, bella o brutta sicuramente ha insegnato molto a tutti coloro che si sono cimentati a muovere le fila dell’uomo pipistrello e non. Ora con questa nuova avventura del cavaliere nero la storia sembra ripetersi, troviamo dietro la macchina da presa un regista quasi esordiente di nome Cristopher Nolan (Memento), un nuovo cast che può contare su comprimari di tutto rispetto, ma soprattutto un protagonista in ascesa il cui compito è superare tutti i suoi illustri predecessori. Operazione riuscita? Quasi completamente. Nolan e lo sceneggiatore David S. Goyer (Balde 2) decidono di raccontare la genesi dell’eroe dal mantello nero, vogliono mostrare i suoi lati deboli, ma soprattutto tentano di raccontare la cosa da sempre più interessante del personaggio della DC Comics, ovvero quale motivo spinge un’uomo come Bruce Wayne ad indossare la maschera per combattere i criminali. Ecco quindi che la storia, almeno nel primo tempo, si divide in due piani temporali, dove nel primo vediamo attraverso dei flashback l’infanzia e la gioventù del “principe di Gotham”, nel secondo l’uomo maturo in cerca della propria identità. Osserviamo quindi un’uomo instabile, interiormente straziato da rimorsi, paure ed angosce, che grazie ad un’addestramento presso un gruppo di ninja chiamati “la setta delle ombre” riuscirà finalmente a controllare. Quando tornerà nella sua città Natale dedicherà la sua vita ad abbattere la criminalità che strappò la felicità alla sua infanzia. Il film di Nolan lo si può fondamentalmente dividere in due parti abbastanza assestanti: nella prima vediamo l’allenamento ed il conseguimento degli obbiettivi personali, nella seconda come questi elementi vengono messi in pratica dal protagonista. Ma principalmente la cosa che rende questo “Batman Begins” riuscito è il quasi perfetto bilanciamento che lo vede in bilico tra opera autoriale e kolossal d’azione. Nolan dirige con sicurezza tutti i suoi attori, li fa muovere in un mondo tetro spendendo tempo e risorse nella delineazione della personalità del protagonista, in modo che chiunque riesca a simpatizzare con esso, condividendone i motivi e gli intenti, ma soprattutto le paure ed angosce che albergano nello spirito del cavaliere nero qui magnificamente interpretato da Cristopher Bale. Comunque se la spettacolarità è quasi sempre garantita i contenuti invece sono spalmati perfettamente lungo tutta la pellicola che fa della “paura” il suo liet motiv. Infatti il regista inglese utilizza questo stato d'animo come collante narrativo, sia che essa si dimostri sottoforma collettiva come nella parte finale, sia singolarmente rfilettendola sui vari protagonisti. Tema che risulta accattivante specie dopo la caduta delle torri gemelle, la quale ha ridisegnato completamente i nemici nell’immaginario collettivo popolare. Quindi se è vero che in fin dei conti Batman è un uomo normale che decide di dedicarsi alla lotta contro il crimine, risulta altrettanto azzeccata l’idea di mandarlo contro nemici altrettanto tangibili come i terroristi del film. La morale, dato che sembri non possa mancare in certre produzioni, è un po’ dozzinale visto che gli sceneggiatori non si sono comunque mai dimenticati di stare lavorando ad una pellicola d'intrattenimento, ma è un piacere vederla orchestrata bene in un film imperfetto ma riuscito, che regala due ore divertenti ma non stupide anche senza molteplici chiavi di lettura, ma questo va attribuito anche a Nolan il quale in alcuni punti sembra non avere tutto sotto controllo. “Batman Begins” è l’avventura più aderente al fumetto, molto meno personale rispetto a quelle dirette da Burton, ma non per questo merita di essere messa in secondo piano, visto che a parte lo “Spider-Man” diretto da Sam Raimi questo è il miglior film tratto dalle nuvolette statiche di carta.
Ovviamente, scritto da raystorm.
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martedì, 09 gennaio 2007, 13:41

Image Hosted by ImageShack.usAvete mai avuto un amico in difficolta? Posso presumere di si dato che prima o poi tutti abbiamo aiutato qualcuno. Ma se questa volta non fosse una persona bisognosa di aiuto ma un giornale, pensate sarebbe comunque importante porgere lui una mano? Non so se voi siete o meno lettori del settimanale "FilmTV" sta di fatto che ora ha bisogno di aiuto, perchè come la maggior parte delle riviste distribuite nelle edicole del bel paese, anche questa sta vivendo dei giorni neri i quali la potrebbero portare alla chiusura entro un paio di numeri. E' inutile descrivere questa rivista, ma vi chiedo almeno, visto il costo irrisorio, di provare a prendere un paio di numeri, leggerla, sfogliarla e di affezionarvi ad essa se questa vi appagherà. Di seguito trovate il messaggio che Emanuela Martini ha scritto per gli utenti di Filmtv.it. Che siate amanti del cinema, della televisione o occasionali appassionati di una o entrambi "le discipline", fate un piccolo sforzo e date un'altra possibilità a questa testata, che seppur con alti e bassi andrebbe salvata anche solo per l'unicità che costituisce nel panorama editoriale italiano dedicato al cinema.


Cari amici di FilmTv,

non sappiamo se siete lettori della nostra rivista o se siete solo utenti del nostro sito (ma ci piace immaginare che le parti perlopiù coincidano... ).

Comunque vada, se avete attivato sui vostri browser la funzione "blocca i pop-up" vi preghiamo di disattivarla per un attimo e di collegarvi al nostro sito. Vi appariranno in una finestrella a parte la copertina e il sommario del prossimo numero della nostra rivista: il primo di questo 2007.

È un numero speciale, anche se assomiglia a tutti gli altri che lo hanno preceduto negli ultimi anni.
Un numero scritto in piena tempesta, con una redazione dimezzata (e con il supporto non retribuito di alcuni collaboratori preziosi e irriducibili).
Se avremo fortuna e spalle larghe la settimana prossima troverete anche il numero 3, poi il 4, il 5... e speriamo di poter continuare a contare per tutto l'anno che verrà sino a 52, come sempre.

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Qui e ora si fa fatica a volare, ma noi - insieme a voi, grazie a voi - ci ostiniamo a non voler atterrare.


Grazie

Emanuela
Ovviamente, scritto da raystorm.
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lunedì, 08 gennaio 2007, 11:04


Fughiamo da principio ogni minimo dubbio: la nuova avventura di 007 è uno delle migliori che abbia popolato il grande schermo, Martin Campbell già regista del discreto “Goldeneye” grazie a questo nuovo capitolo va direttamente a far compagnia al collega capostipite Terence Young, ed infine l’attore Daniel Craig fa dimenticare tutti i suoi predecessori tranne l’inossidabile Connery. “Casino Royale” è principalmente, anche se può suonare strano, un racconto di formazione, ove il protagonista subisce dei cambiamenti ed accumula esperienze che entreranno a far parte per sempre dei suoi tratti caratteriali. Forse la cosa che rende questo nuovo episodio fresco e riuscito, oltre alla regia funzionale, va ricercata nel voler azzerare completamente una saga arrivata al suo punto di non ritorno, ripartendo dal principio basandosi sul primo romanzo scritto dal papà di James Bond, trasportando però il racconto ai giorni odierni senza paura di compiere alcune scelte coraggiose, su tutte la riduzione dei gadget e la ricostruzione iconica del protagonista. “Casino Royale” mostra l’agente 007 acquisire la sua licenza d’uccidere in un incipit bianco e nero simbolo di un ricordo ormai lontano, per poi mostrare la sua operatività sul campo, le inesperienze unite alla testardaggine paragonabile a quella di un ragazzo quattordicenne voglioso di bruciare le tappe per mostrare al padre qualità inaspettate. Ed infatti vediamo un James Bond molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare più rozzo, impulsivo e sfrontato, ma allo stesso tempo è un’uomo capace di commuoversi, d’apprezzare le fragilità delle persone che ha accanto aiutandole nel momento del bisogno. Ma “Casino Royale” riporta allo splendore un altro degli aspetti pian piano persi nella saga dell’agente segreto, il confronto tra buono e cattivo con quest’ultimo non più uomo d’azione quasi invulnerabile (qualcuno ha memoria del villain de “La morte può attendere”?), ma intelligente e spietato ricordando i cattivi classici della saga come il Dr.No. La battaglia tra il bene ed il male non si combatte più solo a livello fisico, ma bensì viene disputata dalle due fazioni su un piano prima mentale dislocato attorno ad un tavolo da poker, dove piccoli gesti, reazioni volontarie ed involontarie accrescono tensioni e rancori tra le parti in causa. Martin Campbell annulla tempi e spazi raccontando una storia di spionaggio divertente e frizzante, portando sullo schermo un racconto che ha oltre cinquanta calendari alle spalle, ma che riesce ad essere migliore di molti illustri colleghi più recenti. L’equilibrio visivo ed estetico del regista si adatta perfettamente al film, dosa bene le scene d’azione, ma gioca perfettamente con la tensione quando ci si ritrova a seguire la partita di poker filone statico e centrale del film, nonché la parte di gran lunga più difficile da gestire proprio per la mancanza d' azione. "Casino Royale" è una pellicola moderna con il sapore di altri tempi, dove troviamo una Bond girl dall’incredibile fascino interpretata dalla sempre più brava, nonché bella, Eva Green che dalla prima entrata in scena cancella in un’attimo l’equazione che bellezza e sagacia non possano coesistere in una donna, regalando una delle migliori femme fatale viste al cinema e nella saga bondiana, splendida nell'essere contemporaneamente dura e fragile. Ma se il lato tecnico/contenutistico ha un gran merito nell’operazione di svecchiare un personaggio prossimo alla pensione, non possiamo non menzionare il mattatore assoluto della pellicola, il tanto discusso Daniel Craig. L’attore inglese, proprio come Connery, non interpreta James Bond ma lo è senza mezzi termini, non lo vediamo mai imitare nemmeno per un momento i suoi illustri predecessori, il Bond anni 2000 appare per la prima volta in questa avventura e c’è di che esserne contenti. Craig sviluppa il suo personaggio in maniera del tutto personale ridipingendo un mito cinematografico, ed allo stesso tempo non tradendone lo spirito, diventando un vero e proprio toccasana per l’intera saga dell’agente britannico. “Casino Royale” è intrattenimento puro ma anche intelligente, ha una regia solida, anche se mostra qualche cedimento in prossimità dei sentimentalismi, una storia affascinante, degli interpreti bravissimi (tra cui il nostro Giancarlo Giannini), un sapore europeo che ben si addice alla saga, ed un protagonista rinato quando tutti lo davano per spacciato. Jason Bourne e soci siete avvisati, iniziate a correre perché James Bond è tornato ed ha già iniziato a guardarvi dall’alto.
Ovviamente, scritto da raystorm.
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