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giovedì, 19 novembre 2009, 20:37

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John Dillinger, rapinatore di banche che ha messo in scacco la polizia statunitense negli anni ’30 (venne considerato il pericolo pubblico n°1 dall’FBI allora diretta da J.Edgar Hoover), rivive nell’ultimo film di Michael Mann “Nemico Pubblico”. Incentrato sulle gesta compiute dal criminale nel suo ultimo anno di vita, la pellicola inscena le gesta di quest’ultimo e di Melvin Purvis, l’agente che riuscì a fermalo. Non c’è più tempo per il racconto nell’ultimo film del regista americano, non c’è spazio per la progettazione delle azioni future, ma queste si formano mentre accadono. Il cinema di Michael Mann ha compiuto una mutazione ormai radicale, pur rimanendo fedele ai temi classici del cineasta. La sfida degli opposti tipica di ogni suo film, in “Nemico pubblico” abbraccia la personale (e sembra definitiva) deriva intimista abbozzata in “Collateral”, ampliata in “Miami Vice” e finalmente arrivata ad una piena maturità in questa sua ultima pellicola. Nello sguardo di Mann non c’è più lo spazio per la mente e le sue infinite macchinazioni, i minuti sono pochi e il confronto degli opposti non può più essere misurato/costruito (cinematografico?) come quello tra il poliziotto Will Graham e la sua ossessione (il killer dente di fata), ed allo stesso tempo è divenuto un ricordo anche quello verbale/visivo tra il cacciatore e la preda di “Heat”. In “Nemico pubblico” assistiamo all’azione mentre essa sta avvenendo, la sua pianificazione non esiste più e gli attimi divengono importanti perché unici per tutto il racconto, nonché fibra muscolare sui cui poggia lo stesso. La storia viene raccontata a senso unico fissando lo sguardo sul presente che si costruisce di minuto in minuto, nell’animo e nel corpo dei personaggi mai così veri (e di contro poco cinematografici) prima d’ora. Ad aiutare Mann è il ritrovato Dante Spinotti (collaboratore storico del regista) che dona alla pellicola uno stile unico, incredibilmente distante dagli spazi larghi del cinema stelle e strisce, così come da quello dello stesso regista (i lunghi respiri e gli spazi aperti de “L’ultimo dei Mohicani” sono ormai un ricordo davanti un film che si poggia quasi esclusivamente sui primi piani). Un film personale a tutti gli effetti “Nemico pubblico” che sgretola lentamente la scena per fissarsi sui corpi, sui loro movimenti, sulla loro distruzione e ritrovata armonia, su come questi descrivono e portano avanti il racconto, dato che non c’è presa di posizione nei confronti della storia, ma solo la riproposizione cinematografica della stessa, fino al punto in cui la realtà si sovrappone alla finzione in quella scena immensa che vede Dillinger passeggiare senza problemi all’interno di una stazione di polizia. In quei pochi passi la realtà si sgretola completamente regalando uno dei migliori momenti della pellicola, in cui si respira cinema a pieni polmoni (e forse per la prima volta comprendiamo il personaggio del criminale, finalmente privo del peso della sua identità), perché la realtà supera la fantasia e l’occhio viene ingannato dal corpo, che porta avanti passo dopo passo dei pensieri di cui rimarremo per sempre allo scuro e per questo veramente affascinanti. Non esiste più il tempo degli eroi e non è più possibile (o forse giusto) dipingere un criminale in modo affascinante (o romantico come il “Blackie” di Clark Gable in “Manhattan Melodrama”), al contrario nel cinema di Mann la divisione tra bene e male, tra uomo e figura pubblica, sono ormai sullo stesso livello, il carisma dei personaggi si azzera (sono uomini come tutti noi) ed i loro sentimenti traspaiono dai piccoli gesti, dagli sguardi e dalle parole non dette ma ferme ancora una volta sulle labbra. “Nemico Pubblico” è l’amore di un cineasta per il suo cinema, ed allo stesso tempo la stretta che blocca il respiro di chi lo guarda impotente davanti alle azioni che non gli appartengono perché già vissute, già sospirate, già passate.
 
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lunedì, 16 novembre 2009, 14:17

Image Hosted by ImageShack.usJulie Powell (Amy Adams) è un’operatrice telefonica che lavora tutto il giorno aiutando le persone sopravvissute al 11 Settembre 2001. Julie è anche una ragazza sulla soglia dei trent’anni che non riesce ad avere un buon rapporto con le amiche divenute troppo diverse da lei, ha problemi di dialogo con la madre, ma al tempo stesso è sposata con un uomo che ogni giorno la ripaga con un sincero sentimento d’amore, forse pure troppo per una persona egoista come lei. Amante della cucina, grazie al marito Julie decide di tentare una personale sfida che consiste nell’eseguire nel giro di un anno tutte le ricette di Julia Child (Meryl Streep), famosa cuoca americana che ha portato negli Stati Uniti la cucina francese. Documentando tutto su un blog, Julie scoprirà, attraverso i sapori e gli aromi delle pietanze di Julia Child, quante cose lei abbia in comune con questa donna, ripercorrendo nella sua fantasia la vita, l’amore per la cucina e per il marito, della cuoca più famosa d’America. Nora Ephron (C’è posta per te) scrive e dirige una commedia costruita su un parallelo temporale, raccontando come una passione può accomunare due donne diverse e, allo stesso tempo, dimostrando quando l’essere femminile può essere tenace (e perché no audace), quando deve conseguire un obiettivo personale. Julie & Julia non è l’esaltazione della donna e delle sue capacità, ma è invece l’osservazione dell’animo della stessa, delle mille sfaccettature che l’essere umano femminile possiede e lo rende unico. La regista americana, armata di due interpreti perfettamente a loro agio con i propri personaggi (anche se forse la Streep è fin troppo compiaciuta), si diverte a raccontare due diverse percezioni dell’amore per la vita, dovute non solo al carattere delle protagoniste ma anche dal mondo che le circonda. Julie & Julia non è quindi una pellicola femminista fatta di ricette e di ammiccamenti facili in favore delle donne, ma un tentativo di descrivere l’animo femminile e, allo stesso tempo, una critica feroce contro tutte quelle donne che perdono la loro personalità in una società fatta a misura per gli uomini (il pranzo con le amiche ne è un chiaro e lampante esempio). La fragilità della donna è al tempo stesso la sua forza e per questo dev’essere apprezzata: questo sembra urlare a squarciagola la pellicola di Nora Ephron. Ma Julie & Julia risente purtroppo di una scrittura visiva non all’altezza del racconto che si traduce spesso in un’implosione dello stesso, regalando uno stato di déjà-vu che appesantisce inutilmente la visione a più riprese, poiché fa distogliere lo sguardo dal racconto stesso che, di conseguenza, non riesce a maturare il coinvolgimento emotivo che è lecito aspettarsi da un film del genere. Julie & Julia diventa, purtroppo, un pranzo senza condimento che, pur essendo di prima qualità, finisce per non deliziare il palato di nessuno, o forse riesce soltanto a solleticare quello di chi ama comunque sognare facilmente una vita zuccherosa.

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giovedì, 29 ottobre 2009, 14:27

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Il dottor Parnassus è un vecchio monaco diventato immortale in seguito ad un patto stretto niente meno che con il diavolo millenni fa, quando il mondo era completamente diverso così come le persone. Nei tempi moderni, l’anziano “mago” porta in giro un personale show con il quale spera di vincere una scommessa tra lui e il demone, nella quale in gioco c’è la vita di sua figlia. I partecipanti allo spettacolo circense, entrano di fatto in uno specchio magico capace di dare forma alla loro immaginazione, ma che al tempo stesso li obbligherà a compiere delle scelte, dove saranno costretti a confrontarsi con la loro vera personalità. L’ultimo film del regista Terry Gillian è un magico incanto da vivere con la mente sgombra da ogni vincolo con la realtà, lasciandosi incantare dal racconto magico che non deve per forza essere perfetto o vincolato al tangibile, ma deve soltanto affascinare, a tal punto da divenire credibile oltrepassando i confini della fantasia. Fondamentale per comprendere questo, il primo incontro tra Parnassus (Christopher Plummer) ed il diavolo (Tom Waits), ove l’anziano racconta cantilenando la storia che, a detta sua, “sorregge il mondo” assieme ad un gruppo di monaci, salvo scoprire grazie al demoniaco sfidante che il mondo non ha bisogno di quel racconto per continuare ad esistere. Questa piccola sequenza racchiude la vera essenza dell’ultima fatica del regista americano, il racconto dentro al racconto, proprio come una scatola cinese. Il confine che separa gli uomini (spettatori?) dalla realtà non è altro che uno specchio (schermo?) che la riflette, ma che al tempo stesso riesce al suo interno a riplasmarla trasformandola nel sogno perfetto annidato nella mente di ogni persona, chiedendo però in cambio a chi decide di oltrepassare questo confine di giocarsi la propria anima/essenza, in una sfida che con se stesso, le sue paure e i suoi più sporchi segreti. In anni in cui l’essere scettici su tutto e credere sempre meno nel prossimo è una cosa naturale (purtroppo quasi una normale prassi), la pellicola di Gillian non risparmia la feroce critica nei confronti di una società che smette sempre più di sognare (che nemmeno crea bambini sognatori) e confrontarsi con se stessa, così presa dal superfluo che l’indispensabile perde completamente valore. Quasi come due facce della stessa medaglia, Parnassus e il diavolo, giocano proprio su questi aspetti dell’animo umano nel tentativo di spuntarla l’uno sull’altro, anche se i veri vincitori non sono coloro che riescono a tornare dai mondi dell’immaginario, ma bensì quelli che nel viaggio di ritorno alla realtà apprendono quanto importante sia credere nella forza dei propri sogni per poter vederli realizzati. Lo schermo cinematografico è lo specchio magico del regista Americano, la scelta che viene offerta a noi spettatori sta nella possibilità di continuare a sognare alla fine dello spettacolo, oppure tornare quanto prima alla realtà dimenticandoci ancora una volta di quanto bello sia poter toccare le nuvole con una mano. Affascinante, folle, dissacrante e altro ancora, “Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo” è uno dei più personali film realizzati dal regista, che in questo caso non ammette compromessi tra chi vuole montare sul suo carrozzone e chi invece preferirà rimanere a terra.

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venerdì, 16 ottobre 2009, 09:11

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“UP” lungometraggio di animazione prodotto dai Pixar Animation Studios, per la regia di Pete Docter (Monsters & co.) è senza ombra di dubbio il miglior film uscito dallo studio californiano. Questo se consideriamo che in passato questi artisti dell’animazione aveva già sfornato alcuni capolavori, fa intendere con velocità e precisione il livello qualitativo della loro ultima opera. “Up” è la colorata (e solo vedendolo si può avere l’idea della girandola di colori che costruiscono le incredibili immagini) storia di un vecchio di nome Carl Fredricksen che rincorre un sogno in compagnia di un bambino con difficoltà a percepire la realtà, tale Russel. Sulla loro strada troveranno compagni di viaggio inaspettati, nuove avventure, miti decadenti e grazie a tutto questo i due realizzeranno i desideri di una vita, che per Carl sembra volgere al termine (fine ultimo di un anziano solo la casa di riposo), mentre per Russel è tutta da scoprire. “Up” è a tutti gli effetti il film più maturo della Pixar, forte di una storia per niente banale (ma questa è abitudine ormai per lo studio), ma allo stesso tempo profonda e ben articolata. Il racconto del sogno che lentamente si avvera è assolutamente un’esperienza cinematografica emozionante e coinvolgente come poche volte accade di assistere. La dimensione fantasiosa raffigurata sempre con girandole di colore che non si avvicinano mai al terreno (basti pensare alle gambe del pennuto Kevin, unica parte non colorata dello stesso e guarda caso anche quella mai a contatto con il suolo/realtà), ha una potenza espressiva dirompente che non solo riesce a creare una magica empatia tra lo spettatore ed i personaggi, ma fa completamente dimenticare che tutto quello che lo sguardo vede è frutto di finzione. Quindi “Up” non solo è emozionante ma regala una sospensione dell’incredulità che non ha precedenti tra i film della Pixar (che già potrebbero insegnare molto ai concorrenti), regalando uno spettacolo d’incredibile e indimenticabile fattura. Carl e Russel viaggiano per il mondo con una casa volante, fatta di ricordi ed allo stesso tempo di sogni da appuntare sulle pagine bianche di un vecchio diario dalla prefazione scritta già da molto tempo. “Up” è il viaggio di due protagonisti opposti dentro e fuori il cuore dello spettatore, il quale non può fare altro che continuare a sognare le cascate paradiso per molto tempo a visione terminata.
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martedì, 15 settembre 2009, 09:04

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Il costruttore di armi e sistemi di difesa M.A.R.S., riesce a progettare testate contenenti delle nano macchine, le quali una volta liberate nell’atmosfera distruggono qualsiasi tipo di materia non organica, dalle malte di un edificio alla carrozzeria di un’automobile. Questa rivoluzionaria arma fa crescere l’acquolina in bocca sia all’ONU che al gruppo terroristico “Cobra”, che tenterà di rubarle per sovvertire l’equilibrio politico mondiale. Gli unici in grado di fermarli sono un gruppo segreto di militari scelti chiamato “G.I.Joe”, i quali dispongono sia di un addestramento che d’attrezzature speciali ed assolutamente top secret. La lotta tra le due parti, diviene una corsa contro il tempo per fermare le nano macchine, che rivelerà l’oscuro passato di questo gruppo terroristico in grado di dare non poco filo da torcere ai “G.I.Joe”. Girato da Stephen Sommers e scritto a cinque mani (tra cui quelle del regista stesso), “G.I.Joe” è uno dei pochi blockbuster che riesce a deludere praticamente in tutti i comparti più importanti, dagli effetti speciali, alle musiche senza dimenticare il montaggio (che verso la fine ci delizia riproponendoci alcune sequenze montate più volte). Il direttore di “Van Helsing” e “La Mummia”, inscena con l’aiuto dei peggiori effetti speciali visti negli ultimi anni (a livello qualitativo sembra una produzione dei primi anni ’90), una storia innocua ed allo stesso tempo totalmente incolore ed inutile. La trama che è quanto di più banale (e stupido) si possa chiedere (ma di certo non è una colpa visto il tipo di film), sembra venir appositamente raccontata per non coinvolgere mai pienamente lo spettatore, privando lo sguardo delle emozioni/sensazioni necessarie perché si crei dell’empatia nei confronti di almeno un personaggio, indipendentemente dallo schieramento d’appartenenza. Nonostante alcuni flashback aiutino a non annoiarsi e a tratteggiare alcuni personaggi, quello che maggiormente infastidisce nel vedere “G.I.Joe” è da ricercare nella completa mancanza d’inventiva, sia visiva che contenutistica. La pellicola pesca a piene mani da film, videogiochi e cartoni animati, riproponendo pedissequamente quanto proposto da altri (anche a livello di costumi). Insomma Sommers e compagnia hanno creato un gigantesca scatola contenente idee altrui, senza nemmeno prendersi la briga di modificarle/reciclarle almeno in parte per nasconderne la sensazione di “già visto”, ma non è solo questo il problema principale. Infatti a far scendere la scure sulla pellicola sono gli stessi attori che recitano in maniera convinta il loro ruolo, facendo più volte finire la pellicola nel ridicolo involontario per la quasi totalità della durata. E mentre uno tenta di capire perché sta accadendo quello che vede sullo schermo, riesce anche a distogliere tranquillamente l’attenzione dalla visione senza comunque perdere nulla d’importante, infatti dopo i primi dieci minuti la pellicola non propone assolutamente nulla d’originale. Quello che rimane a fine visione è un senso di deja-vù, che spalanca le porte a tutta una serie di domande, tra cui quella più spaventosa (visto il finale) sulla possibilità di dare un seguito ad una scemenza simile. Spiace dirlo ma nonostante la visione passi senza enormi problemi (per fortuna), “G.I.Joe” è uno dei blockbuster più brutti degli ultimi cinque anni e più che “La nascita dei Cobra”, sarebbe stato appropriato titolarlo “La vittoria della demenza”.

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venerdì, 11 settembre 2009, 09:20

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La sinossi è molto semplice, Christine Brown (Alison Lohman) in un giorno come tanti della sua vita d’impiegata di banca incontra l’anziana zingara Sylvia Ganush (Lorna Raver), costretta a perdere la casa se la giovane ragazza non le concede una proroga del prestito. Purtroppo però Christine che spera in una promozione farà la scelta sbagliata con la persona più inopportuna, ed infatti la zingara le scaglierà una maledizione che la ossessionerà per tre giorni prima di portarla a bruciare nelle fiamme dell’inferno. “Drag me to hell” di Sam Raimi è proprio il racconto dei giorni più paurosi della vita di Christine Brown, la quale si trasformarmerà lentamente da bella a bestia pur di salvarsi la vita. Questa pellicola del regista americano (che ritorna all’horror dopo parecchi anni di assenza dal genere, visti i risultati viene spontaneo pensare ad un “purtroppo”) ha tutto ciò che contraddistingue il suo modo di fare ed intendere il cinema di genere, ma anche soprattutto di puro intrattenimento. “Drag me to hell” sembra, o meglio è, la fusione perfetta tra la qualità tecnica dei capitoli di “Spider-man” e la saga de “La Casa” (“Armata delle tenebre compresa), ciò che ne viene fuori è forse il più “pirotecnico” film dell’orrore degli ultimi anni. Spaventi e risate isteriche si fondono magicamente all’interno di una pellicola che gioca con tutti i pilastri del genere, inscenandoli, reinventandoli ed esorcizzandoli (fantastica la scena della seduta spiritica, come le battute tra i due psicologi, o lo scontro tra la zingara e Christine). Le citazioni inserite all’interno dai fratelli Raimi denotano una cura per i dettagli che raramente si riscontra nelle piatte produzioni che affollano il genere horror (che sembra vedere negli ultimi anni nei remake la sua ancora di salvezza), ma non solo, “Drag me to hell” si discosta completamente da tutte le pellicole con protagonisti teen-ager belli, ricchi e con il destino già scritto, andando a scegliere proprio delle persone qualunque che non vivono in posti lugubri e mezzi abbandonati, ma che loro malgrado finiscono in un vortice di pura follia e caos che li cambieranno per sempre. La macchina da presa si muove e si contorce, creando tensione in pochi attimi e mostrando agli occhi di chi guarda che non occorre necessariamente dare una forma al pericolo, o al mostro di turno, perché questo divenga maggiormente spaventoso, anzi sta proprio nel gioco di negazione visiva il punto forte degli spaventi generati da “Drag me to hell”. Coadiuvato da un impianto sonoro all’altezza e di un montaggio pressoché perfetto, il film non mancherà di spaventare anche i più smaliziati amanti del genere. Costantemente in bilico tra l’umorismo (anche se le risate non sono mai grasse) ed il terrore puro, la pellicola fa del dualismo, del doppio, ma soprattutto sul cambio dei punti di vista personali, il cardine su cui sviluppa la storia (senza scordare una fine critica alla società moderna sempre meno umanista), ed infatti ogni personaggio della pellicola ha un doppio speculare, che però con il proseguire degli eventi le certezze ed i ruoli s’invertiranno, per arrivare a quell’incredibile ed originale finale, ultimo ed indimenticabile tocco di classe che la pellicola sfodera. Girato palesemente per il puro gusto d’intrattenere, autoironico, spaventoso, grottesco, mai veramente serio, “Drag me to hell” è il gradito ritorno al genere di un regista che ha sicuramente contribuito a cambiarlo, ma allo stesso tempo è anche una smorfia da parte di Raimi a tutti coloro che lo hanno scimmiottato o che comunque nel tentativo di spaventare hanno generato l’effetto opposto. Questa pellicola è sicuramente una delle migliori nel suo genere degli ultimi dieci anni (e in anni in cui i remake dominano vedere finalmente qualcosa di originale dalla forte personalità è incredibile), se non la migliore in assoluto di questa decade. Non me ne vogliano gli enigmisti, i bambini mai nati, le bambine che abitano i pozzi e compagnia, ma “Drag me to hell” è ad un livello di genialità e genuinità che gli horror odierni possono solo sognare. Un giro sull’ottovolante raiminiana è obbligatorio sia per i fan del regista che per chi ha voglia di divertirsi appoggiano lo sguardo sulla vita di Christine Brown, perché proprio come sulle montagne russe si urla e si ride, ma soprattutto si guarda da un altro punto di vista la realtà stessa.
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venerdì, 24 luglio 2009, 11:51

Image Hosted by ImageShack.usHarry Potter ed i suoi amici sono ormai al sesto anno scolastico, non sono più dei bambini, ma dei ragazzi che si apprestano a diventare uomini. Lo sanno bene i loro insegnanti e ancor meglio i loro nemici, i quali hanno non poco da temere dalle imprese dei giovani maghi. Tra incomprensioni amorose e nuovi insegnanti, Harry dovrà cercare di fermare i seguaci di Voldemort, i quali riescono ad avere sempre più potere grazie a nuove alleanze all’interno della scuola di magia. “Harry Potter e il Principe mezzosangue” è il secondo film che vede alla regia l’inglese David Yates (prima di lui solo Chris Columbus aveva aperto i cancelli di Hogwarts in due pellicole), che continua il lavoro estetico iniziato con “Harry Potter e l’ordine della fenice”, cambiando però strada sul fronte narrativo. Infatti, la nuova pellicola della saga creata dalla mente di J.K. Rowling si concentra soprattutto sull’aspetto “formativo” delle personalità dei protagonisti, puntando lo sguardo sui risvolti amorosi di questi. Tale svolta rosa, che già non era riuscita a Mike Newell nel quarto episodio (che guarda caso condivide con questo la durata), regalando allora momenti a tratti imbarazzanti, rischia di risultare del tutto inutile in quest’ultimo sequel. In “H.P. e il Principe mezzosangue” David Yates riprova a inscenare gli intrighi del cuore, con il risultato di riuscire a distruggere tutta l’impalcatura drammatica necessaria per mantenere alta la tensione e regalare il giusto phatos agli eventi (la parte finale è sicuramente quella che soffre maggiormente questa scelta), donando alla sua pellicola dei siparietti amorosi dal retrogusto televisivo (a tratti persino inutili). Insomma i 150 minuti di visione, asserviti da scelte fotografiche discontinue, scorrono senza grossi intoppi per i protagonisti ne forti emozioni per gli spettatori rivelando una piattezza nell’azione (momenti come lo scontro tra Harry e Draco Malfoy meritavano ben altro trattamento) . La sceneggiatura, anche questa volta ad opera di Steve Kloves, riporta sullo schermo temi già incontrati durante la saga come il tempo (bellissima ad esempio la clessidra del prof. Lumacorno), la difficoltà di operare delle scelte ed ovviamente la morte, tutte tematiche poco sviluppate ma comunque affascinanti per come vengono visivamente raccontate nella pellicola.  “H.P. e il Principe mezzosangue” conferma comunque la scelta di voler realizzare un prodotto adatto sia ai fan dei libri (i quali sicuramente apprezzeranno maggiormente alcuni rimandi), che a coloro i quali sono venuti in contatto con la storia solamente grazie al cinema. In questo Yates si dimostra ad oggi il miglior regista-traspositore dell’intera saga, andando ancor più a dimostrare quanto l’episodio diretto da Alfonso Cuaron (ad oggi ancora il migliore per chi scrive), sia una vera e propria “parabola impazzita” in quanto opera filmica a tutto tondo, senza giochi meta cinematografici, ma con una identità ben specifica e delineata. In “Harry Potter e il Principe mezzosangue” non c’è niente che non funzioni però allo stesso tempo niente convince veramente appieno, tranne Michael Gambon che con il suo prof. Silente regala i migliori momenti della pellicola, i quali non bastano a fare di questo episodio un film completamente riuscito, ma soltanto un prodotto commerciale dal sapore a tratti televisivo ma comunque interessante ed affascinante. Nonostante questo i suoi spettatori non ne rimarranno delusi. Proprio come i protagonisti, essi si troveranno divisi in due fazioni, nel loro caso tra detrattori ed estimatori, la cui scelta non sarà assolutamente facile.

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venerdì, 24 luglio 2009, 11:44

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Era il 1995 quando un accattivante riff di chitarra di Mark Mancina accompagnava l’esordio cinematografico del regista californiano Michael Bay, che assieme agli attori Will Smith e Martin Lawrence, diede vita a “Bad Boys”, uno dei maggiori successi di botteghino per la Columbia Pictures. Da allora la carriera di Bay si è incentrata esclusivamente sulla realizzazione di pellicole ad alto tasso di spettacolarità e coinvolgimento. Aiutato dal produttore Jerry Bruckheimer (e dall’ex socio Don Simpson), ha diretto per questo dei veri successi commerciali quali “The Rock”, “Armageddon” e “Pearl Harbor”. L’unione lavorativa tra i due viene a mancare proprio quando decidono di dare ai fan uno dei seguiti più richiesti, “Bad Boys 2”. Il film delude unanimemente la critica e il pubblico a causa degli eccessi che contiene, appesantendo inutilmente una storia semplice, ed andando a disfare il perfetto bilanciamento tra humor e azione che aveva contraddistinto il capostipite. Ma dopo due anni nei quali Bay ritorna al mondo dei videoclip e delle pubblicità, dedicandosi anche alla produzione di remake horror con la sua Platinum Dunes (tra questi “Non aprite quella porta” e “Venerdì 13”), egli trova nel collega regista/produttore Steven Spielberg una nuova possibilità per riscattarsi agli occhi di tutti, dirigendo “The Island” kolossal fantascientifico sul tema della clonazione, scritto da Alex Kurtzman e Roberto Orci ( loro “Transformers” e il recente “Star Trek”) e prodotto dalla Dreamworks. Image Hosted by ImageShack.usNonostante le premesse quanto mai ottime, il titolo che vede come protagonisti Scarlett Johansson (alla sua prima esperienza in un film d’azione) e Ewan McGregor, non riesce a conseguire il successo sperato, tanto che l’acquisizione della Dreamworks da parte di Paramount, sembra sia avvenuta principalmente per salvare la casa dal certo fallimento dovuto anche in gran parte all’alto budget speso proprio per “The Island”. Il fiasco rumoroso non fa perdere a Spielberg la fiducia in Bay, tanto da consegnare nuovamente in mano a questo le redini di un altro blockbuster ispirato ad una linea di giocattoli in voga fino a metà degli anni ‘90: “Transformers”. Nonostante i molti detrattori del regista californiano, la pellicola ispirata ai personaggi della Hasbro si trasforma in un successo commerciale da quasi un miliardo di dollari, riscattando definitivamente Bay agli occhi del pubblico e della critica (anche se questa non proprio in modo unanime). Malgrado gli alti e bassi, il cinema di Michael Bay, sebbene possa apparire superficiale e blandamente votato all’azione, è invece una visione profonda dell’estetica pura che mette sempre dei meccanismi cardine al suo centro. “The Island” è forse l’esempio più lampante di questo concetto, ove la regia citazionista ingloba e rielabora classici di ogni tipo, appropriandosi però solo del concetto estetico piuttosto che dei contenuti. Bay racconta le sue storie attraverso degli ovvi punti d’incontro presenti in ogni suo film (i meccanismi cardine a cui si faceva riferimento sopra), come ad esempio il patriottismo (quasi sempre esasperato), l’importanza della famiglia e la stereotipizzazione dei personaggi secondari (bellissimi ad esempio figure come il capo della polizia interpretato da Joe Pantoliano nei due “Bad Boys”, o il pazzo petroliere Rockhound in “Armageddon”), ma il vero filo narratore sono le immagini, i colori, i movimenti di macchina. Nel suo modo veloce e frastagliato, anche caotico di proporre il cinema, ci sono linee guida prima di tutto estetiche e ben precise, create per coinvolgere lo sguardo dello spettatore, prima ancora che il cervello, ed attraverso l’occhio percepire l’emozione di un passato da raccontare (non è un caso che proprio in “Transformers” Optimus Prime, mostri la sua storia proiettandola proprio dal sul occhio meccanico), di un futuro che si può riscrivere, di una vita che può finalmente essere vissuta da chiunque (e la scena finale di “The Island” ove un esercito di cloni prende coscienza delle propria esistenza). Ecco quindi che ad una non superficiale analisi le pellicole “giocattolo” di Bay, hanno tutte le caratteristiche di un cinema d’autore che porta con se tematiche ricorrenti, ma soprattutto un modo di esporle ben definito, legato a linee narrative che utilizzano l’immagine e la cura di essa come catalizzatore di emozioni, tanto da trasformare la trama in un pretesto per poter realizzare qualcosa di visivamente opulento, nonostante questo non significhi scarnificare i contenuti, dato che il tessuto narrativo seppur paradossalmente meno comprensibile ad una visione “di testa” è tutt’altro che blando, o secondario. Arrivando verso la fine, viene difficile, ma sarebbe anche stupido, definire Michael Bay un semplice regista di mestiere nonostante la tipologia di film da lui realizzati, ma sicuramente c’è da essere convinti che non ha ancora finito di stupire tutti noi spettatori.

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venerdì, 24 luglio 2009, 11:35

Image Hosted by ImageShack.usRitorna al cinema lo storico Robert Langdon (Tom Hanks) che, dopo l’avventura parigina, viene convocato dal Vaticano per far luce su una setta chiamata gli “Illuminati”. Mentre la Chiesa cattolica sta vivendo uno dei momenti più difficili in seguito alla morte del Papa, con il conclave che riunito per trovare un successore, gli Illuminati rapiscono i quattro Cardinali favoriti alle votazioni e minacciano non solo di assassinarne uno ogni ora, ma anche di distruggere la città tramite l’esplosione dell’antimateria che questi hanno rubato ai laboratori del Cern. Aiutato dalla ricercatrice Vittoria Vetra (Ayelet Zurer), Robert Langdon dovrà conquistarsi la fiducia del capo della guardia Svizzera e del Camerlengo Patrick McKenna (Ewan McGregor) per poter così aiutare il comandante della gendarmeria Olivetti (Pierfrancesco Favino) nel compito di fermare gli Illuminati. Angeli e Demoni, religione e scienza, passato e futuro: la pellicola di Ron Howard (Il Codice Da Vinci, Frost/Nixon - Il duello), così come il libro di Dan Brown, è costantemente in bilico tra i due opposti. Scienza e religione, due entità completamente distinte, particelle autonome entrambe finalizzate a dare una risposta alle domande dell’essere umano, su chi è e da dov’è venuto. Il racconto sul mistero della creazione o, meglio, sul mantenerne il segreto (a seconda dei punti di vista), passa per forza attraverso la morte dell’uomo (i quattro Cardinali), il cui corpo viene sacrificato sull’altare degli elementi che compongo la vita: fuoco, aria, acqua e terra. Ecco, quindi, che il viaggio del protagonista per le vie di Roma alla ricerca del “cammino dell’Illuminazione” si trasforma nell’acquisizione dell’importanza degli elementi da parte di Robert Langdon, perfino rischiando la propria vita (la mancanza d’aria negli archivi vaticani, ad esempio). Se gran parte del fascino del racconto cartaceo proveniva però dalla descrizione delle opere d’arte, che creavano una sorta d’alchimia tra il lettore e l’immaginazione dello stesso, il film annulla completamente il fascino dell’immaginario (d'altronde, la macchina da presa mostra ciò che prima non era tangibile) concentrandosi sulla parte marcatamente poliziesca del racconto, cancellando ogni tipo di barlume di riflessione post visione (che sarebbe stata comunque cosa limitata). Ron Howard dirige un cast brillante a metà (Tom Hanks, anche se maggiormente a suo agio nel personaggio, non è l’attore più adatto a interpretarlo), all’interno di una storia troppo impegnata a spettacolarizzare ogni minuto, finendo inevitabilmente per inciampare su se stessa, rendendo il già discutibile finale del libro improbabile (ridicolo?) nel film. Angeli e Demoni è vittima probabilmente dei due sceneggiatori chiamati ad adattare la storia: infatti, vedere David Koepp e Akiva Goldsman assieme riporta involontariamente al dualismo del titolo che si riflette ovviamente nel film. I due sceneggiatori hanno, infatti, creato uno script asciutto e veloce, ma anche poco compatto, costantemente combattuto tra thriller di stampo classico (Koepp?), o un racconto sospeso tra passato e presente condito da un animo poliziesco (Goldsman?). Alla fine Angeli e demoni restituisce una Roma da cartolina (suggestiva la fotografia del film), perfetta come sfondo per una simile pellicola e, allo stesso tempo, una storia con poco mordente, che non farà la felicità dei lettori (l’adattamento non è sicuramente indolore), ma che comunque divertirà chi si aspetta un baraccone pseudo-intellettuale in stile Il Codice da Vinci, sicuramente meno riuscito sul piano del puro intrattenimento di questo seguito.

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venerdì, 15 maggio 2009, 09:50

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Lucido e riuscito. Come in ogni cosa, anche quando si scrive di cinema non bisogna mai iniziare dalla fine, lo scotto da pagare è sicuramente quello che il lettore salti completamente la lettura di tutto quello che sta dopo. Però le eccezioni e le regole non sempre devono e possono essere seguite, lo sa bene il giornalista Cal McAffrey (Russel Crowe) e lo deve imparare la giovane Della Frye (Rachel McAdams), quest’ultima sempre alla ricerca dello scoop a tutti i costi. Entrambi si troveranno a lavorare al pezzo giornalistico della loro vita, il quale per Cal deciderà le sorti della sua amicizia con il senatore Stephen Collins (Ben Affleck), mentre per Della segnerà il suo definitivo ingresso nella stampa di “serie A”. “State of play” di Kevin Macdonald (“L’ultimo re di Scozia”) è il thriller che non ci si aspetta di vedere nell’attuale panorama odierno, apparentemente classico, è invece una pellicola che negli anni acquisirà un valore quasi culturale, in quanto riesce oggi a fotografare perfettamente quanto la stampa sia legata maggiormente alla necessità di vendere copie, invece di fare del giornalismo. Ed è proprio su questo contrasto che il film costruisce gli eventi ed i suoi protagonisti: al centro c’è la notizia, lo scandalo, una relazione segreta tra il Senatore ed un membro tragicamente morto del suo staff, ai lati troviamo il giornalista di vecchia data McAffrey intenzionato ad aiutare l’amico senatore, dall’altro la giovane Frye pronta a tutto pur di dare notizia ed approdare alla notizia stampata abbandonando l’universo internettiano dei blogger. Tra vecchio e nuovo, il viaggio negli anfratti nascosti della stampa proposto da “State of play” è costantemente in bilico tra la scelta di creare cronaca o aumentare ancor di più le dimensioni della notizia scandalistica, durante il percorso più volte le due entità si mischiano invertendosi di ruolo pur giocando con il nemico comune rappresentato dal tempo necessario che separa lo scritto dalla stampa in migliaia di copie dello stesso. Lucido e riuscito, le parole utilizzate all’inizio sono perfette per descrivere il lavoro di Macdonald, che dona fortunatamente la personale visione della stampa all’interno di una pellicola di genere che per quanto riuscita, sarebbe risultata troppo esile e risaputa nell’intreccio. La macchina da presa rapisce sguardi e turbamenti dei protagonisti sempre pronti a lasciarsi andare alle proprie emozioni, ma troppo lucidi per permetterselo. Saranno infatti gli scoppi d’ira del senatore di fronte ad alcune verità, o il pianto isterico di un informatore che ricorderanno allo spettatore come i nomi stampati su una notizia di giornale in realtà corrispondono a persone con dei sentimenti che troppo spesso vengono calpestati sull’altare delle copie vendute, o peggio completamente ridimensionati pur di far notizia (basti pensare al polverone alzato con la recente influenza suina). “State of play” è quindi un thriller ben congeniato, con il retrogusto delle pellicole di cronaca che a parte qualche raro caso (“Zodiac”), sono ormai estinte e ci obbligano a ritornare agli anni ’80 per ricordarci che il cinema sapeva calibrare bene il contenuto sociale all’intrattenimento da sala.

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