


La Ford Gran Torino entrò in commercio dal 1968 e ne fu dismessa la produzione nel 1976. Il nome è un omaggio alla città dove ha sede la “Fabbrica Italiana Automobili Torino” (FIAT), l’auto è un simbolo che ha segnato un’epoca e la faccia industriale di una nazione negli anni di maggior splendore. Walt Kowalski (Clint Eastwood) che ne possiede una, sa bene quanto questa sia importante oggi come lo era ieri, quell’auto rappresenta i suoi anni passati, ma allo stesso tempo ricordi, passioni e sogni di una nazione che ha messo da parte gloria e fierezza, per diventare inutilmente grigia e menefreghista nei confronti della sua popolazione. Walt dopo la morte della moglie vive una vita solitaria, passata a mantenere in ordine la casa, seppellire i ricordi di una guerra (quella di Corea), ma soprattutto nel tentativo di accettare figli e nipoti, i quali sembrano non aver appreso nessun tratto della sua personalità, dei sui ideali e credi. Walt è un emarginato per scelta propria, lui fiero di essere americano è il primo che si sente tradito dalla sua stessa patria, la quale si è prostituita troppo ad uno sfrenato capitalismo, ad una umanità basata solamente sui numeri, incapace di costruire un futuro concreto. La sua esistenza è destinata a sparire appena la morte arriverà per lui, uomo inutilmente razzista, uomo fuori posto anche ai margini della società dove ormai si trova (abita in un quartiere ormai divenuto ghetto cinese). L’incontro casuale con la diversa cultura dei suoi vicini di casa orientali, instillerà in lui una fiducia nel futuro, lo aiuterà a ritrovare la speranza nei confronti dell’uomo, ma soprattutto uno scopo per cui lottare contro la morte tramandando al mondo la propria esistenza dopo la sua fine. “Gran Torino” è una pellicola disarmante, Clint Eastwood filma un piccolo gioiello che dal primo minuto s’insidia nel cuore per non levarsi facilmente dallo stesso. Non c’è un minuto fuori posto, sono assenti cali di tono o sferzate di dubbio gusto, questa nuova pellicola ha una forte moralità senza mai cadere nel semplice e banale moralismo. Walt Kowalski rappresenta l’America del passato che non riesce a comprendere come sia stato possibile sbagliare così tanto da rendere quella odierna un luogo insipido, popolato da persone irrispettose del prossimo, cieche di fronte alle ingiustizie, ed incuranti del domani. Gli Stati Uniti non brillano più, anzi sembrano finiti allo sbando, le lotte del passato per l’integrazione sociale, la possibilità di conseguire il sogno americano, ma ancora di più l’essere fieri di ciò che proviene dal proprio paese (nemmeno il figlio lo è, dato che non vende nemmeno macchina americane), sono solo ricordi nella mente di Kowalski, l’ultimo vero eroe americano che osserva la disgregazione sociale e la degradazione del paese dal portico di casa. Eastwood diverte, commuove, cosparge delle più disparate emozioni il suo “Gran Torino”, senza ricorrere ad inutili trucchi o ad espedienti dal sapore conosciuto, la materia filmica è praticamente perfette, l’utilizzo di tempi e tematiche non lascia spazio al minimo dubbio sulle capacità del regista californiano, vero è proprio autore capace di tratteggiare in modo lucido la propria nazione, alla quale non risparmia nulla sia nel bene che nel male. Kowalski è l’ultimo eroe americano, l’unico uomo che riesce a compiere un sacrificio per donare un futuro migliore al suo prossimo (alla sua terra), lasciando come testamento un simbolo che lo rappresenterà per sempre: una splendida “FORD GRAN TORINO” alla quale aveva lui stesso montato lo sterzo quando lavorava alla catena, quando l’America era grande e poteva essere fiera di esserlo.
Virgil Cole (Ed Harris) ed Everett Hitch (Viggo Mortensen), sono due amici che vagano nelle città del west verso la fine dell’ottocento, offrendo i loro servigi da pistoleri per ristabilire l’ordine che la criminalità semina tra i cittadini. Il loro sodalizio dura da sempre, ed entrambi non sarebbero in grado di fare altro. Ma arrivati nella cittadina di Appaloosa in Messico oltre a scontrarsi con il criminale Randall Bragg (Jeremy Irons), vedranno la loro amicizia messa alla prova dalla signorina Allison French (Renée Zellweger), la quale innamorata a suo modo di Virgil si metterà in mezzo ai due. Il genere western trova in questa pellicola diretta e scritta da Ed Harris, una crepuscolare riflessione su un paesaggio (che diviene anche genere cinematografico), decadente e giunto ormai alla sua definitiva estinzione. “Appaloosa” racconta una storia di amicizia ambientata in un tempo che non esiste più, modellando il ricordo all’interno di un contenitore (il genere western), che l’occhio conosce meno che il cuore. Ed infatti sono lontani i tempi di Ethan Edwards, così come quelli di William Munny, il film di genere secondo Ed Harris acquisisce la dimensione del tempo collocandosi precisamente sul finire di un secolo, che ha visto molti eroi e cattivi, ma allo stesso tempo ha gettato le basi dell’uomo moderno. Infatti Virgil Cole e Everett Hitch ricordano da vicino la coppia formata da Butch Cassidy e Sundance Kid, costretti a scegliere se evolversi assieme all’epoca o morire rimanendo saldi al proprio modo di essere, che presto o tardi verrà spazzato via dall’inarrestabile avanzare del tempo. “Appaloosa” si stacca dunque dal mito della frontiera, delle mandrie di bestiame ed inscena la presa di posizione della giustizia, dei criminali che meritano un giusto processo, ma allo stesso tempo sottolinea che in quell’epoca, laddove non arrivava la legge, lo sceriffo poteva comunque applicarla divenendo allo stesso tempo giudice, giuria e boia. Nonostante questo alla fine quando nemmeno tale figura poteva più nulla (ed il finale in cui Hitch si toglie la stella dal petto è rivelatrice), diviene quindi necessaria la trasformazione in criminale per ottenere giustizia, perché quest’ultima ancora troppo vincolata alle strade piuttosto che alle aule dei tribunali. Harris quindi tra l’inscenare un’improbabile storia romantica (poco credibile per via di una insopportabile Zellweger) e un’amicizia virile, punta lo sguardo facendoci riflettere su come nonostante il passare degli anni e delle epoche, l’uomo stia tornando nuovamente allo stato selvaggio. Questo perché nonostante leggi, tribunali e polizia spesso e volentieri i criminali sono più liberi dei cittadini, i quali per avere giustizia devono mettersi al di sopra della legge (come fece Paul Kersey ne “Il giustiziere della notte”). “Appaloosa” regala un sottotesto tutt’altro che banale, ma anche uno spettacolo garantito a chi ama un genere ormai in via di estinzione, ma che sembra tornare per ricordarci di non camminare al contrario ritrovandoci nuovamente agli anni delle pistole e del piombo, dopo tutta la fatica fatta per appendere fucili e cinturoni al muro.
Una chiamata in un giorno qualsiasi trasporta suo malgrado la dottoressa Helen Benson (Jennifer Connelly), ad un incontro straordinario della NASA, dove assieme ad altri scienziati apprenderà che un oggetto volante simile ad un asteroide sta per abbattersi nel centro di New York, con conseguente fine della vita sul pianeta terra. Ma proprio quando l’inevitabile sembra arrivato, la strana massa volante inizia a rallentare, trasformando l’impatto al suolo in un atterraggio. Nel bel mezzo di Central Park si trova una strana sfera luminosa, dalla quale esce un alieno di nome Klaatu (Keanu Reeves), che vuole portare il suo messaggio agli esponenti delle nazioni unite, per far in modo che la razza umana possa salvarsi da uno sterminio al quale egli stesso dovrà dare il via, se l’uomo non smetterà di distruggere il proprio pianeta. “Ultimatum alla terra” ritorna dopo cinquant’anni con l’ausilio di effetti speciali mastodontici e di un regista, Scott Derrickson (L’esorcismo di Emily Rose), che fin dalle prime inquadrature cerca di far comprendere quanto fosse necessario riportare un classico della fantascienza nelle sale, cambiandone però i connotati e gli intenti, contestualizzandolo alle moderne paure. In effetti il vecchio film di Robert Wise era un ottimo film di fantascienza, un classico che metaforizzava le ansie e i timori dell’epoca che vedevano nella bomba atomica (o comunque nella guerra nucleare) uno dei rischi maggiori per la popolazione umana del dopo guerra. Nel 2008 però l’inquinamento globale e lo sfruttamento sfrenato delle risorse terrestri, è forse la cosa più drammatica ed allo stesso tempo spaventosa che sta accadendo giorno dopo giorno, quindi non stupisce che il ritorno di Klaatu questa volta avvenga proprio per mettere in guardia l’uomo ancora una volta artefice con le sue mani di un destino misero e senza futuro (e difatti Klaatu, si definisce fin da subito un amico della terra, inteso come del pianeta biologico e non di tutte le razze che lo popolano). Qui sta la differenza sostanziale tra i due film, il nuovo “Ultimatum alla terra”, lancia infatti un messaggio o meglio ancora un monito rivolto al futuro, ma non partendo comunque da un fatto compiuto come lo era all’epoca la bomba atomica, ed infatti è proprio qui, quando la storia dovrebbe diventare effettivamente interessante ed anche un po’ politica, che la pellicola di Derrickson, mette da parte il coraggio ed inizia a sfilare la storia per portare lo spettatore ad un finale benevolo, del quale non si sente l’esigenza, ma che in più non lancia alcun messaggio allo spettatore. Il regista americano, proprio come l’alieno protagonista, finisce per non capire, o meglio dimenticare, lo scopo primo prefissatosi, diventando lui stesso l’alieno che non comprende la materia che deve trattare. Klaatu gira velocemente tra gli esseri umani facendosi un’idea giusta della nostra razza (ossia che pensiamo a noi stessi più che al prossimo e a ciò che ci circonda), che entro la fine viene rivoltata troppo in fretta, annullando la riflessione e forzando la speranza di redenzione. L’alieno giusto e razionale si trasforma in messia benevolo da portatore di morte e distruzione, talmente in fretta che non si comprende il motivo di questo repentino cambiamento. Scott Derrickson abbatte la bella costruzione iniziale, soffocando un plot che non voleva essere un b-movie, ma che sentendosi addosso la pressione di un vecchio capolavoro, evita lo scontro e regala un buon spettacolo. Quello che ci si domanda però è se fosse effettivamente necessario scomodare una icona cinematografica inossidabile al tempo, per raccontare alla fine la pochezza del cinema odierno fatto di visione a scapito del contenuto. A questa domanda la risposta non può che essere negativa.
"Era da qualche centinaio di proiettili che avevo smesso di raccogliere prove"Anno 1999, i registi Larry ed Andy Wachowsky assieme al tecnico John Gaeta, rivoluzionaro il mondo degli effetti speciali creando per il film “Matrix”, il “Bullet Time”. Questa tecnica utilizza l’interpolazione d’immagine per creare una sorta di inquadratura rallentata tridimensionale della scena, illudendo permettendo allo spettatore di vedere simultaneamente la scena rallentata da più angolazioni simultaneamente e fluidamente.
Anno 2001 Remedy crea per la software house Rockstar North, “Max Payne”. Il gioco fondeva il “Bullet time” all’interno di una gioco d’azione in terza persona, coronato da una storia raccontata in puro sile noir anni sessanta. “Max Payne” mostrò al mondo qualcosa di assolutamente nuovo, una fusione di più media possibile grazie al sapiente uso della creatività.
Due date quelle citate entrambi importanti per diversi motivi. “Matrix” prima e “Max Payne” poi hanno entrambi contribuito a portare qualcosa di nuovo al genere di rispettiva appartenenza, ed ora a pochi giorni dall’uscita nelle nostre sale della trasposizione cinematografica tentiamo d’immaginare cosa potrà proporre la pellicola diretta da John Moore. Il gioco creato da Remedy racconta la storia di un poliziotto, che dopo aver perso moglie e figlia, cerca vendetta per placare la sua rabbia e iniziare una nuova vita. Ambientato in una gelida New York in cui impazza una bufera di neve, Max compirà la sua vendetta, portando a termine allo stesso tempo l’indagine sul traffico della nuova droga chiamata “Valchiria”, responsabile tanto quanto gli uomini della distruzione della sua vita. Le trasposizioni di videogiochi negli ultimi anni hanno regalato film dalla qualità scostante (Doom, DOA), ma anche saghe amate dal pubblico (e molto poco dalla critica), come quella di “Resident Evil” diretta dallo “specialista del genere” Paul W.S.Anderson (“Punto di non ritorno”). Ma mentre film come “Resident Evil” o “Silent Hill”, puntavano tutto sull’estetica e sopratutto sull’intrusione nel mondo “reale” di creature fantastiche come mostri ed altro, “Max Payne” proprio come i film d’azione racconta, la straordinaria situazione con cui si ritrova volente o nolente a fare i conti un uomo qualsiasi che per l’occasione si rivela essere la figura sbagliata, nel posto sbagliato, al momento giusto. Il protagonista infatti ricorda il John McClane dei tempi migliori (con battute al vetriolo annesse), obbligato a farsi strada in solitaria per ottenere la giustizia che le forze dell’ordine corrotte non vogliono aiutarlo ad ottenere. Vestito di un trench nero ed armato di una cafoneria unica, il protagonista s’imbatte in ogni tipo di bizzarra situazione prima di arrivare alla fine e la sua voce fuori campo, ricorda costantemente che anch’egli può morire e vivere emozioni. Ecco quindi che il gioco, illusioni dovute alla droga a parte, non presenta come in altri prodotti analoghi e non, elementi paranormali o fantastici, tagliando la possibilità di seguire la stessa strada votata alla rifinitura estetica dell’elemento fantastico intrapresa dai titoli sopra citati, ma anzi al contrario, dovrà costruirsi una nuova e solida identità filmica utilizzando solo come base di partenza il plot e gli eventi utilizzati per dar vita al gioco, che già di suo contiene citazioni cinematografiche a non finire. Ecco quindi che John Moore ha la possibilità di creare un prodotto unico nel suo genere, la prima trasposizione di un’opera videoludica di chiara contaminazione cinematografica (cinema che diventa videogioco e che ritorna ad essere cinema).
Un compito difficile quello affidato al regista Irlandese, che dovrà dar vita ad un film le cui fondamenta nascono su un prodotto già largamente intriso dello stessa di materia che egli deve nuovamente plasmare, creando a sua volta un prodotto dalla bene delineata personalità visivo/narrativa. Ecco quindi che tra ovvie citazioni al gioco, sarà difficile ed allo stesso tempo accattivante vedere come il regista ha creato uno prodotto che non ricordi le fonti d’ispirazione originali (“Matrix” su tutte per quanto riguarda la parte puramente action), ed allo stesso tempo non snaturi il clima che ogni fan del videogioco si aspetta di ritrovare sul grande schermo. Il rischio in questi casi è quello di ritrovarsi tra le mani una pellicola spesso sbilanciata a favore dei fan del gioco, oppure che si ispira liberamente allo stesso realizzando una visione, o meglio rivisitazione, personale che favorisce solitamente chi si ritrova davanti luoghi, fatti e personaggi per la prima volta. Ormai manca pochissimo all’uscita nelle sale italiane di “Max Payne”, non ci resta che dire ai dubbiosi di incrociare le dita, ed a tutti gli altri di andare a vedere se la scommessa di John Moore potrà o meno dirsi vinta. “Max Payne” interpretato da Mark Wahlberg ha per ora già collezionato la sua vittoria al box office mondiale, portando molti più soldi di quelli spesi per realizzarlo. Questo sebbene non sia un attestato sull’effettiva qualità del film, crea almeno la speranza di non ritrovarsi tra le mani, l’ennesima trasposizione tutta effetti speciali e niente anima.

Con un candido marchio in bianco e nero quasi dimenticato della UNIVERSAL inizia “Changeling” di Clint Eastwood, introducendo il racconto con una scritta che poco spazio lascia a interpretazioni o allusioni di sorta riguarda a ciò che la seguirà, ossia “Una storia vera”. Nella Los Angeles del 1928 una madre di nome Christine Collins (Angelina Jolie), lotta contro la polizia dipartimentale, a causa del mai ritrovato figlio scomparso: Walter Collins. Ad aiutare la signora il reverendo Briegleb (John Malkovich), il quale sembra avere come solo ed unico scopo nella vita, lo smascheramento della peggiore forza pubblica degli Stati Uniti d’America. Il nuovo film di Clint Eastwood a parte il titolo ha ben poco a che spartire con il film di Peter Medak del 1980, ma al contrario nella pellicola del regista californiano troviamo echi di un cinema che sembrava dissolto e sparito da anni, o forse il cinema è sempre rimasto lo stesso e noi spettatori siamo cambiati nel tempo, ed il nostro sguardo preferisce altre immagini (romantiche?) a quelle classiche (drammatiche?). Un po’ come la polizia del film vuol far credere alla madre che il figlio ritrovatole sia il suo, calpestando il rispetto verso l’affetto materno, si fatica ad ammettere che una pellicola tanto classica possa al tempo stesso essere incredibilmente fresca e moderna, lavorando pure di citazioni che pescano da un passato cinematografico che sempre più stiamo dimenticando. “Changeling” in un colpo solo dimostra come la cura riposta verso una narrazione semplice ed efficace, unita ad un minimalismo dell’immagine che lavora di cesello per descrivere emozioni, sono assieme elementi molto più potenti dell’autorialismo contemporaneo ostentato dai “nuovi autori” (ma anche dai nuovi critici che cridano sempre più facilmente al genio ed al capolavoro), che di fronte ad un regista con più di ottant’anni sulle spalle, devono chinare il capo, mettere da parte la superbia ed iniziare a studiare come realizzare, i primi, ed analizzare, i secondi, in modo asciutto e moderno un drammatico film classico. “Changeling” è una pellicola in eterna caduta verso l’inferno cosciente di ciò (la macchina da presa apre “il sipario” dall’alto al basso e lo richiude al contrario), e non ha paura di rischiare citando/rielaborando il cinema di Fritz Lang, che con “M – Il mostro di Dussendorf” creò uno dei più grandi mostri della storia moderna. La pellicola eastwoddiana diventa quindi citazionista oltreché riflessiva, raggiungendo piena maturità in un campo che il regista americano aveva fino ad ora esplorato demonizzando il suo passato d’attore (basti pensare a commedie come “Bronco Billy” o thriller come “Debito di sangue”). “Changeling” rivisita il mostro tedesco e lo contestualizza nell’America corrotta d’inizio anni trenta, dove non basta solo più il diavolo per rapire un bambino, ma serve addirittura un altro infante per adescare una vittima. Ma contro di lui c’è l’amore materno che può contare solo sulla speranza presente in fondo al cuore, dato che il mondo che partorisce nel grembo crimini e criminali, gira le spalle a chi ha bisogno di aiuto. Clint Eastwood dirige quindi un dramma sociale a tutto tondo, pieno di sentimenti e che lancia aspre critiche su di un futuro che ricorda troppo spesso “i bei tempi andati”, che tanto migliori degli attuali non erano. Il regista americano continua ad esplorare la coscienza di una nazione che sembra non imparare dai propri errori, ma al contrario cerca riparo da essi in qualcuno capace di porvi rimedio (la frase: “fuori piove acqua, grandine e democratici. E chissà se questo è un bene?”, non può non essere contestualizzata ai giorni odierni dove l’America sta forse vivendo un parallelo temporale con l’epoca in cui è ambientato il film). “Changeling” vede nella forza femminile (Pandora?) l’unica speranza perché l’equilibrio venga risanato, ed oggi a sto punto non possiamo far a meno d’iniziare a domandarci se “l’uomo moderno” non abbia davvero fatto il suo percorso e debba finalmente lasciare spazio all’altro sesso.
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James Bond (Daniel Craig) è in cerca di vendetta. Vendetta per l’uccisione di Vesper, la Donna della sua vita, colei che ha dato tutto per lui. L’agente britannico è sulle tracce dell’organizzazzione criminale che gli ha strappato una parte di sentimenti, rendendolo spietato e cinico verso tutto ciò che lo circonda. La sua sete di vendetta lo porterà a conoscenza di un piano atto a monopolizzare il “Quantum” (una nuova fonte di energia), ad opera di Dominic Greene (Mathieu Amalric). Ben presto Bond scoprirà di muoversi all’interno di un gioco molto più articolato e complesso di quanto prospettava, ed a lui si unirà Camille (Olga Kurylenko), ragazza haitiana in cerca di vedetta. 22° avventura per l’agente segreto britannico, che continua la strada intrapresa da “Casino Royale”, o forse sarebbe meglio dire tenta di continuare. Marc Forster che sostituisce in sede di regia Mrtin Campbell, cambia rotta e riporta il personaggio alle origini, mettendo al centro dello sguardo le azioni, invece che i personaggi. Ecco quindi che il movimento convulso della scena diviene fondamentale per il regista inglese, che costruisce un pellicola basata sul contrasto visivo e narrativo. Dove “Casinò Royale” compiva la scelta di mettere i protagonisti (o meglio i corpi) in primo piano, “Quantum of solace” contrappone ad essi i movimenti, propri ed impropri. Basta vedere l’inizio del film per comprenderne appieno la cifra stilistica, ove un incredibile inseguimento automobilistico, è sempre visto con un certo distacco dagli elementi di scena (il nostro occhio non può avvicinarsi ai personaggi), fino a che tra questi non avviene un contatto che genera distruzione. Questo accade praticamente per ogni sequenza della pellicola, sia essa d’azione o meno, perché a Forster interessa maggiormente descrivere la deflagrazione globale, piuttosto che la distruzione fisica e morale del protagonista, evitando accuratamente di scendere a compromessi con una storia che avrebbe richiesto meno forza bruta e maggior intelligenza. La sceneggiatura supervisionata da Paul Haggis, lascia (e nemmeno velatamente) intravedere che questo nuovo corso di Bond non solo continuerà, ma che anche non avrà vita breve (ed il fatto che comunque non si venga a scoprire contro chi 007 stia lottando dovrebbe essere quantomeno chiarificatore). Sta di fatto che per continuare la serie dovrebbe tornare sui binari iniziali (dettati dall’ottimo “Casino Royale”) piuttosto che questi intrapresi da Forster, schiacciato dal peso di un film estraneo al suo cinema, ed anche di un personaggio con cui non riesce a dialogare. Nonostante “Quantum of solace” tenti di accontentare ammiratori di nuova e vecchia data, non bastano strizzate d’occhio alla saga (su tutte la ragazza ricoperta di petrolio) per convincere a non trovare difetti (o mancanze) narrativi(e), come non è vincente la scelta che porta ad un finale che restituisce un “vecchio” James Bond che dopo “Casino Royale” credevamo di non rivedere più, ma grazie al dialogo finale con “M”, ci rendiamo conto che l’uomo (Bond) ha lasciato spazio al supereroe (007). “Quantum of solace” nonostante diverta è comunque tutto quello che non ci si aspettava, ossia un film dal sapore già conosciuto.
Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson) sono due inseparabili amiche in viaggio nella terra spagnola di Barcellona, con lo scopo di apprezzare e studiare la vita e l’arte locale. Entrambe sono americane e hanno in comune praticamente ogni cosa, tranne la concezione dell’amore; infatti Vicky è felicemente fidanzata ed in attesa di matrimonio con un uomo che le regalerà una vita agiata e piena di sicurezze. Al contrario Cristina è alla ricerca di quell’amore che distrugge il cuore e che vive esclusivamente di pulsioni passionali d’ogni tipo. L’incontro delle due amiche con il pittore Juan Antonio (Javier Bardem) e della sua ex moglie Maria Elena (Penelope Cruz),sconvolgerà il loro soggiorno mettendo le due amiche di fronte ad una realtà dei sentimenti che prima d’ora non credevano di poter vivere. Woody Allen approda in terra Spagnola e lo fa con un atipico racconto di formazione,ove le due protagoniste non passano all’acquisizione di una qualche tipo di maturità, ma al contrario acquistano piena coscienza di un sentimento quale è l’amore che credevano di conoscere, ma da povere illuse ne sono state entrambe travolte. Allen con una voce fuori campo che segue e racconta gli eventi, descrive due ragazze decise e fragili allo stesso tempo, protette da una personalità auto-costruita per nascondere al mondo i punti deboli del proprio carattere. Ecco quindi che la macchina da presa diviene specchio della verità del corpo, mostrando tutti quei gesti spesso involontari e fugaci che avvengono senza il controllo della mente ma solo del cuore. Quindi ancora una volta negli anni duemila, ove tutti sono più intelligenti, ove tutti hanno padronanza di qualsiasi cosa che li riguarda, il corpo sfugge per alcuni momenti regalando rossori e sorrisi involontari, ricordando a colui che abbiamo di fronte, che sotto a molteplici scorze in fondo esistono ancora dei sentimenti perché siamo ancora umani, nonostante la società ci voglia su un gradino superiore. Ed alla fine della pellicola dove le due amiche si scambiano spesso i ruoli, non possiamo non ammirare l’unica vera persona conscia di esserlo che è Maria Elena (una straordinariamente bella Penelope Cruz), donna estroversa che tenta in tutti i modi di entrare in un mondo che non la vuole, dato che questo non apprezza più le persone capaci di dimostrarsi con sincerità agli altri, che affrontano la vita armate di dubbi, paure e poche certezze nel futuro, poiché l’importante è ancora una volta il presente, l’attimo da prendere al volo, da vivere dato che una volta passato diventerà un ricordo, una piccola riga nel libro della vita, fatto per essere riempito di emozioni sincere e non indotte. Woody Allen ancora una volta regala il ritratto di una società bisognosa di redenzione, racconta del caso che offre alle persone una seconda opportunità e soprattutto, mostra come queste ultime preferiscono lasciarla sfuggire piuttosto che rischiare qualunque cosa nel tentativo di afferrarla.
Donna (Meryl Streep) ha un sogno, vuole che la figlia Sophie (Amanda Seyfried) non commetta i suoi stessi errori di gioventù. Sophie ha anche lei un sogno, vuole che il suo sconosciuto padre l’accompagni all’altare il giorno del suo matrimonio, ed anche se sembra un desiderio irrealizzabile, il ritrovamento del diario della madre la porterà ad inviare tre lettere ad altrettanti possibili padri. Ed ecco che il giorno prima delle nozze approderanno nell’isola greca ove Donna ha il suo albergo, le amiche della figlia, le amiche della madre e le tre figure paterne. In una girandola di colori, paesaggi da cartolina e musiche degli Abba, Donna riscoprirà l’amore e Sophie capirà cosa realmente vuole dalla sua vita. Stereotipi d’ogni tipo e più colori di un’arcobaleno, uniti da un ritmo incalzante sono gli elementi principali della pellicola diretta da Phyllida Lloyd, che trasporta uno dei musical più famosi di sempre, dai palcoscenici teatrali, allo splendore dello schermo cinematografico. “Mamma Mia!” è un musical che si fonda sul confronto tra due generazioni diverse di donne, ove alcune rimpiangono un passato di divertimenti ed eccessi, ed altre guardano ad un futuro scritto e pianificato che forse non è propriamente roseo. Piccole donne di età diverse che restano con la mente lucida ed i piedi per terra, ma tutte unite da un cuore ricolmo di sogni da realizzare tramite l’acquisizione dell’amore da sempre negato o mal vissuto. Così Donna si ritrova ancora ad essere la “Dancing queen” diciassettenne perché dentro di lei è ancora ferma agli anni della sua giovinezza, che sembra svanire dalla figlia con l’avvicinarsi del matrimonio. La pellicola di Phyllida Lloyd, funziona molto bene nei primi minuti, dove tutto è calibrato, ove il ritmo incalzante delle musiche non lascia tregua, salvo però fossilizzarsi per tutta la durata nel ricordo di quei bellissimi minuti iniziali. Purtroppo “Mamma Mia!” ambisce continuamente a far esplodere emozioni e colori sullo schermo, ma non riesce mai a coinvolgere pienamente l’occhio, non riesce mai ad arrivare al cuore, donando allo spettatore del divertimento dal gusto amaro, che solo in pochi frangenti sembra realmente riuscito. Phyllida Lloyd, tenta in tutti i modi di far decollare lo spettatore assieme al film, però totalpiù lo fa planare sulle note degli Abba che riescono a coinvolgere soltanto in alcuni momenti i quali sembrano riusciti più per la bravura del cast che altro. “Mamma Mia!” diviene quindi corpo di un cinema dall’anima debole, che va apprezzato per il leggero intrattenimento che sa dare solo a tratti e disprezzato (dai più esigenti), solo per il potenziale sprecato che è visibile a chiunque.
ere ciò che non è. Tutto parte dall’alto, un occhio indiscreto (lo spettatore?) si cala sul quartier generale della C.I.A., mostrandoci il licenziamento di un’analista e come quest’ultimo conduce la sua vita. Ma sarà proprio la sua voglia di scrivere ciò che era ed i suoi fallimenti come uomo, a innescare una scintilla d’inimmaginabile scempiaggine. Infatti la sua biografia finirà nelle mani della moglie, la quale decisa a divorziare consegnerà erroneamente questa alla segretaria di uno studio legale, che la dimenticherà in una palestra popolata da falliti che sognano gloria, soldi ed interventi di chirurgia estetica. In questo piccolo microcosmo dove nessuno è quello che dice e nessuno fa quello che dovrebbe, si scatenerà una bufera da cui non esiste nessuna via d’uscita se non quella di relegare gli eventi al passato, cercando di salvare il salvabile. “Burn after reading” grazie al suo gruppo d’attori di prima grandezza diverte, delude e si fa apprezzare. L’occhio dello spettatore viene fatto calare sulle vite di un gruppo di uomini, i quali riflettono perfettamente paure e manie contemporanee; partendo dalla perdita della bellezza, arrivando alla distruzione di un rapporto coniugale, nulla è come appare, ed allo stesso tempo è perfettamente ciò che dovrebbe essere. I due registi sembrano voler far riflettere sulla stupidità moderna, sul fatto che le donne non sono più definibili “sesso debole”, ma soprattutto sulla mancanza di riflessione con la quale sembra impossibile non scontrarsi giorno dopo giorno. Le vite di un piccolo gruppo di persone se visto dall’alto sembrano (sono) stupide, però allo stesso tempo importantissime per chi le vive, ed è qui che scattano due domande: “Chi siamo noi per poter dare giudizi su chi ci sta accanto?”, “Condurremmo allo stesso modo la nostra vita se potessimo giudicare le nostre azioni, come facciamo quotidianamente con quelle degli altri?”. Questo è lo spirito su cui si fonda questa atipica commedia dei fratelli Cohen, che risulta riuscita a metà a causa della forma con cui il racconto deve necessariamente confrontarsi. Anche se a prima vista tutto è perfetto (e lo è per un pubblico di qualsiasi tipo), nella ricerca dell’equilibrio i due fratelli patinano troppo il racconto rendendo difficile l’approfondimento degli eventi e delle personalità dei personaggi, chiedendo forse troppo all’osservatore, che diviene pedina all’interno di una pellicola dal sapore amaro, che spesso e volentieri cerca di essere ruffiana senza che le sia stato chiesto. “Burn after reading” si conclude portando a compimento il suo scopo, ossia divertendo per tutta la sua durata, anche se troppo spesso tratta da stupido lo spettatore, alla stregua di uno dei suoi personaggi.