


Speed (Emile Hirsch) è un giovane asso del volante, quando si mette alla guida della Mach 5 (l’auto costruitagli dal padre) l’unica cosa a cui pensa è la vittoria. Classe e maestria fanno parte del DNA da campione che è in lui. Dopo numerose vittorie il team della casa automobilistica Royalton tenterà di arruolarlo tra i suoi piloti, ma sarà allora che il giovane Speed scoprirà un mondo fatto di truffe e gare truccate. Unirà quindi la sua abilità a quella del misterioso pilota Driver X per smascherare tutti questi imbrogli e vincere il gran premio da autentico campione. “Speed Racer” di Larry e Andy Wachowski è una pellicola che conferma come il cinema d’intrattenimento stia tentando nuove strade per rinnovarsi. Una trama semplice ed intrisa dei valori più classici del cinema per ragazzi (tra cui l’importanza dell’onestà e della famiglia), serve come mero collante per far progredire la storia tra una gara automobilistica e l’altra. Tratto dall’anime “Match 5 go go go” questa pellicola per famiglie si avvale di un buon cast che vede come protagonista assoluto il giovane Emile Hirsch, ed al suo fianco troviamo Susan Sarandon, Christina Ricci, John Goodman, ma non posiamo certamente dimenticare l’altro fondamentale componente di questo cast che è la computer grafica. “Speed Racer” infatti è un immenso giocattolone animato che porta alla memoria gli anni in cui “Mary Poppins” saltava dentro un quadro ritrovandosi come unico essere umano all’interno di un mondo animato, perché alla fine per quanto possa sembrare rivoluzionario il palcoscenico immaginifico imbastito dai registi americani, altro non è se non una rivisitazione, o meglio evoluzione, alla moda di un concetto d’interazione del reale con il fantastico presente da sempre nel cinema per famiglie e che vede nella tata Disney uno dei suoi più fulgidi esempi. Il film dei Wachowski però mette al servizio dell’estetica cartoon piena di colori pastello, la loro maestria nel generare scene d’azione spettacolari, “Speed Racer” infatti gode di un utilizzo delle telecamere (soprattutto quelle virtuali) da lasciar incantati gli occhi anche del più smaliziato degli spettatori. Le riprese si contorcono, la scena si sposta da una macchina all’altra con una velocità e frenesia tale che ogni gara automobilistica crea una tensione unica, tanto da lasciare chiunque con il fiato sospeso nonostante la ovvia scontatezza dell’epilogo. Ma sicuramente non è completamente tutto riuscito nella pellicola, perché purtroppo la resa visiva non sempre è omogenea, ed a volte si abbassa ad un livello quasi “commovente”, ove personaggi reali e sequenza animate non si amalgamo perfettamente tra loro, questo però evidenzia un altro problema, ossia la durata. I 135 minuti del film trascorrono senza nessun rallentamento di sorta fino alla fine, “Speed Racer” infatti non lascia minimamente spazio allo sbadiglio, ma viene da chiedersi se quelle sequenze visivamente mal riuscite non potessero essere tagliate visto il loro apporto alla globalità del film. A parte queste note stonate, una volta accettata la trama oltremodo scontata, ma soprattutto dopo aver digerito il bizzarro impianto visivo fatto di colori pastello e pulviscolo digitale, “Speed Racer” riuscirà a regalarvi due ore d’intrattenimento spensierato che subliminerà l’occhio per tutta la sua durata, senza lasciare però nulla di concreto nel cuore dello spettatore.
La bellissima Joy McNally (Cameron Diaz) parte con l’amica barista Tipper (Lake Bell) per la città di Las Vegas per risollevarsi dalla rottura della relazione con il fidanzato Mason. Il giovane Jack Fuller (Ashton Kutcher) dopo essere stato licenziato dalla ditte di mobili del padre, si ritrova senza soldi decidendo di andare assieme al suo avvocato (Rob Corddry) in cerca di rivalsa tra i casinò della città del Nevada. Jack e Joy faranno conoscenza dentro all’albergo, passeranno una serata all’insegna del divertimento e dell’eccesso, ritrovandosi sposati la mattina dopo. Decisi entrambi a rinunciare al matrimonio, la vincita di tre milioni di dollari rimetterà in gioco il loro matrimonio costringendoli vivere assieme sei mesi per poter poi dividersi la somma. “Notte Brava a Las Vegas” è una commedia romantica “classica” ove la fine scontata è ovvia fin dai titoli di testa così come la sua evoluzione narrativa. La regia di Tom Vaughan è funzionale a traghettare con il giusto ritmo la storia fino al suo epilogo finale, lascia poco spazio all’improvvisazione ed all’eccesso e si concentra su come far ridere lo spettatore in sala ogni cinque minuti al massimo. Le risate fioccano comunque grazie anche ad i due protagonisti che reggono il peso di una sceneggiatura non banale, la quale viene privata di tutti gli spunti di riflessione per esaltare l’aspetto comico della situazione. Però “Notte Brava a Las Vegas” è un film che funziona e se lo si guarda anche con il cuore oltre che con lo stomaco, è difficile non notare come lo spunto di partenza sia quanto mai attuale ed anche abbastanza originale. La pellicola infatti gioca sul fatto che le persone giovani grazie ai divorzi e cause legali varie, non riesco più a costruire una famiglia, ma forse ancor peggio alea una malfidenza nei confronti del partner che non lascia il giusto fiato a quello che dovrebbe essere una relazione di coppia. Su questo poi il film costruisce stereotipando i due personaggi principali dipingendo Joy come “la” donna dedita al lavoro, impegnata, che fa di tutto per soddisfare gli altri dimenticandosi se stessa, ed invece Jack è l’esatto contrario. Lui infatti non ama le relazioni fissi, non è per niente affidabile e riesce persino a non mantenere il posto di lavoro nella ditta del padre. “Notte Brava a Las Vegas” però pur contenendo al suo interno questi interessanti spunti di riflessione sulla coppia moderna, nonché sul fatto che per il denaro si riesce a fare qualsiasi cosa, il film regala quasi due ore di risate leggere a cervello spento, alcune scontate ed altre meno, assieme a due protagonisti perfettamente a loro agio nei rispettivi ruoli, niente di più ne di meno. Di sicuro non aspettatevi di vedere una piccola lezione matrimoniale.
C’è un’aria pesante nella New York notturna. Una città fatta di volti d’ogni tipo che portano i segni di amori e sconfitte, vittorie e delusioni. Nel locale di Jeremy (Jude Law) entra infuriata Elizabeth (Norah Jones), in cerca del suo fidanzato, ma dal suo viso traspare la voglia d’incontrarlo con la donna con cui la sta tradendo. Nel suo immaginario il desiderio di cogliere in fallo il fidanzato lascerà spazio al gusto di conoscere nuove persone, ed infatti sarà proprio grazie a Jeremy che lei prenderà coscienza del significato del sentimento “amore”. Proprio in quella notte in cui il suo cuore voleva sentirsi tradito e sconfitto, rinascerà innamorato e bisognoso di nuove esperienze. Ecco che Elizabeth viaggerà in lungo ed in largo per l’America incrociando la sua vita con quelle di Arnie e Sue (David Strathairn, Rachel Weisz), una coppia asfissiata dall’amore che l’uno ha nei confronti dell’altra, finendo per accompagnare l’insicura giocatrice di poker Leslie (Natalie Portman) fino a Las Vegas dal padre morente. Ognuna di queste anime cambierà la concezione dell’essere da parte di Elizabeth rafforzando in lei la sicurezza ed il bisogno dell’uomo di avere qualcuno con cui rapportarsi, finendo per riportarla al punto di partenza, ossia il ristorante di Jeremy. Wong Kar Wai si trasferisce sul suolo americano ed il cambiamento non ha investito solo i luoghi ma anche la narrazione. My Blueberry Nights infatti mette il singolo al centro della vicenda, così come il sogno americano è a misura unica, anche l’amore sul territorio a stelle e strisce viene interpretato dal regista come qualcosa di non condivisibile, da afferrare e tenere stretto in modo del tutto egoistico. In un paese affollato da corpi e luci i sentimenti sembrano non poter essere puri, ma anzi il più delle volte sono filtrati da ciò che li circonda che possono essere le luci di un casinò o la desolazione di una strada. L’occhio di Wong Kar Wai non si ferma alla superficie estetica dei corpi, ma tenta di esplorarli nel profondo, mostrando che la sicurezza di una giocatrice di poker viene meno ogni qual volta è costretta ad abbandonarsi agli altri, ma allo stesso tempo mostra come un’amore puro ed incondizionato come quello di Arnie per la moglie Sue, trova delle difficoltà enormi a sopravvivere in una società in cui i corpi stanno lentamente trasformandosi in oggetti del desiderio, ed il cui unisco scopo sembra essersi spostato verso dal compiacimento dei sentimenti all’appagamento della carne andando così a sminuire la carica emotiva del cuore. My Blueberry Nights è però un film atipico, in quanto la struttura ad episodi capace in un’attimo di far assimilare personaggi ed eventi, tende a sminuire l’empatia necessaria per far si che Elizabeth traghetti chiunque in questo oceano di colori, musiche e torte di mirtilli. E nonostante un ritmo ben cadenzato si finisce ricordare più l’estetica del contenuto, perché proprio come un dolce, My Blueberry Nights inebria di gusto che sparisce troppo presto dal palato.
I fratelli Hanson sono entrambi l’incarnazione del fallimento familiare. Il più vecchio Andy (Philip Seymour Hoffman) ha una bellissima moglie insoddisfatta perché lui è estraneo alla vita di coppia. Il giovane Hank (Ethan Hawke) cerca di risparmiare alla figlia il fallimento del proprio matrimonio, indebitandosi fino al collo per poterle regalare quello che non può lontanamente permettersi. E' per soddisfare il desiderio della moglie Gina (Marisa Tomei) di scappare da tutto e tutti assieme al marito, che Andy escogiterà una rapina alla gioielleria dei genitori, coinvolgendo il fratello più giovane bisognoso di denaro. Purtroppo la rapina prenderà una piega inaspettata distruggendo le vite dell’intera famiglia Hanson, allontanando ancor di più Andy dal padre Charles (Albert Finney). In “Wyatt Earp” di Lawrence Kasdan il capo famiglia Nicholas Earp dice ai giovani figli: “Sulla famiglia puoi sempre contare. Ricordatevelo questo, tutti quanti. Niente conta piu' dei vincoli di sangue”. Un insegnamento profondo, che in un colpo solo delinea un’importante valore da tramandare di padre in figlio. “Onora il padre e la madre” di Sidney Lumet inscena il fallimento completo del padre rispetto ai propri figli, perché saranno proprio loro a distruggere la famiglia e quindi annullare i vincoli di sangue. Il mefistofelico Andy è colpevole di essere un primogenito costretto ad un’infanzia di negazioni, ad una vita in cui i risultati erano sempre e comunque sudati di proprio pugno. Duro e crudo non ha avuto nessuna spalla su cui contare, è stato costretto a spianare la strada in famiglia sia per il fratello Hank che la sorella Martha, diventando per questi due un ovvio punto di riferimento. Ecco quindi come un uomo solo, nato e cresciuto su e per se stesso, che vede nel padre una figura ingombrante, si ritrova privo di valori etico/morali per costruire qualcosa di collettivo, ed è nel momento in cui dovrà per forza “lavorare” con il fratello che affiorano i cedimenti dell’animo. Sidney Lumet comunque non si focalizza sugli errori del singolo individuo, ma anzi il suo occhio si posa sul fallimento del nucleo famigliare moderno, ove nonostante non ci siano mancanze materiali, i sentimenti ed i valori stanno (o sono?) scomparendo del tutto, grazie ad una società che non elogia la forza del gruppo, ma premia la brutale scalata sociale del singolo. Ecco quindi che un padre ed una madre diventano due comunissime persone, anche agli occhi di chi dovrebbe onorarli nonostante gli errori compiuti come educatori, ma anche come esseri umani. “Onora il padre e la madre” non è una critica alle azioni sbagliate dei giovani, ma al contrario lo è verso le persone anziane che non si sono curate di educare adeguatamente i figli, ed infatti sarà il padre (interpretato da un immenso Albert Finney) il solo ed unico in grado di mettere rimedio ai propri errori ed a quello della sua genia. Sidney Lumet dirige forse uno dei suoi film più “staccati”, ove lo sguardo della macchina da presa non è più vicino all'animo dei personaggi, ma li guarda dall’alto come un giudice costretto al ruolo di osservatore inerte. “Onora il padre e la madre” è forse la critica spietata di un veterano del “cinema sociale” che ha perso fiducia nella società contemporanea, la quale non si merita più l’espiazione dei propri peccati.
Ci voleva passione, coraggio e dedizione per riprendere in mano la saga cinematografica del reduce del Vietnam John Rambo; servivano idee precise e in linea non più con la serie ma con il personaggio, il quale negli anni ha varcato i confini cinematografici per diventare una vera e propria icona sociale e multi generazionale. Il viso ed il corpo del militare hanno popolato le più svariate forme d’intrattenimento e non solo, lo abbiamo ritrovato in videogiochi, sugli scaffali dei negozi di giocattoli, tra le serie televisive animate per ragazzi, per non parlare di quanto ha ispirato quelli che con lui sono cresciuti. Sylvester Stallone con una coscienza (auto)critica fuori dal comune decide di mettere fine alla carriera di una tra le più famose e amate icone del cinema moderno, ed anche se l’operazione in questo caso era ancora più rischiosa della precedente compiuta con “Rocky Balboa”, allo scorrere dei titoli di coda la schiena viene nuovamente colpita dallo stesso fremito che (grazie anche al tema musicale classico e carico di ricordi) all’inizio film l’aveva percossa. La storia vede Rambo combattere per salvare un gruppo di missionari presi prigionieri dall’esercito birmano. In questa riga semplice si riassume l’intera vicenda, non occorre dilungarsi sugli elementi di contorno perché comunque l’ossatura della trama è questa, semplice e diretta, non ricorre a espedienti per ingarbugliare il tutto o appesantire l’apparato narrativo. Stallone è nuovamente il “one man show” davanti e dietro lo schermo realizzando non solo l’unica degna conclusione della saga, ma anche la decostruzione e ricostruzione di un personaggio dannato dalla “bestia/istinto” che dimora nel suo animo e non gli permette di poter vivere una vita “normale”. “John Rambo” è la presa di coscienza degli errori commessi dal protagonista, un vero e proprio viaggio di redenzione obbligatorio di un’uomo che ha fatto della guerra e morte la sua ragion d’essere, ed è per questo motivo che Rambo non ha amici e non torna a casa, perché gli istinti non lasciano spazio alla mente creando dei contrasti emotivi dai quali è impossibile scappare. Il film (premiato da una durata perfetta ed è il caso di dirlo) si muove dentro e fuori dal corpo il quale diviene portatore di morte e salvezza, prendendo in questo cammino coscienza delle proprie azioni, facendo comprendere a tutti che una guerra impropria va comunque combattuta anche se non più con anacronistiche figure come quella di Rambo ma opponendo la dolcezza alla forza, perché la fine della guerra non passa più attraverso i morti ma bensi nella sua “autodistruzione”. “John Rambo” non è una pellicola che guarda al passato e vive nei rocordi, ma anzi pone le basi per un futuro migliore di tutto ciò che lo ha preceduto.
Notte a Barcellona e la reporter Angela (Manuela Velasco) assieme al suo reporter stanno girando un servizio sulle forze dei vigili del fuoco. Trascorrono il tempo nella loro caserma, mostrandone le abitudini fino a quando arriva una chiamata e via dentro all’autopompa che sfreccia nella notte per andare a soccorrere un’anziana signora. Arrivati nell’appartamento della vecchia troveranno qualcosa di sconvolgente ad attenderli, qualcosa che nessuna telecamera dovrebbe rendere pubblico. Se è vero che il cinema di genere è spettacolo che nasce per intrattenere allora “REC” è una delle vette più alte toccate in questo decennio. Realizzato come una trasmissione in stile “TV Verità” la creatura di Jaume Balagueró e Paco Plaza riesce a trasportare lo sguardo oltre la realtà, sfuocando il confine tra reale ed irreale. L’incipit chiaro e tangibile nel proseguo della pellicola (che dura meno di ’90 minuti è bene dirlo) cambia piano narrativo (migrando verso i territori fantastici ed orrorfici), senza perdere consistenza, ma al contrario sfruttando ancor di più l’assunto iniziale della stessa per aumentare il terrore e l'angoscia. Al contrario di “Cloverfiled” ove la camera a mano sembrava comunque non essere sufficiente per raccontare le immagini, in “REC” il piccolo obbiettivo DV sembra sempre troppo grande, perché mostra spesso e volentieri dentro alle sue ridotte dimensioni particolari che vorremmo perdere, persone e cose che riusciamo percepire presenti nella scena ma che la camera convulsa vuole mostrarci, perché essa è cosciente che la curiosità appagata (specie in questo tipo di pellicole) è l’arma più potente per far presa sullo spettatore. Ecco quindi che attraverso un’apatia di colori digitali ad alta definizione (ove le sfumature non sono concesse), lo sguardo si sposta in cerca di qualcosa in grado di far scemare la paura, ed allo stesso tempo la mente cerca disperatamente di ricordarsi d’essere davanti ad un film e che nulla è reale. Sperimentale e furbo, della sua durata non spreca nemmeno un minuto, non esistono momenti morti, “REC” è un’iperbole di adrenalina crescente dalla quale rimanere stregati o schifati, bisogna però considerare di come in un panorama cinematografico (quello del genere horror) che cerca sempre la contaminazione per rinnovarsi, questa pellicola spagnola a basso budget porti una ventata di aria fresca.

Nato in California nel Giugno del 1970 Paul Thomas Anderson è uno dei più chiacchierati registi della sua generazione, ogni suo nuovo film è atteso sempre con un certo numero di aspettative da parte della critica, come pure del pubblico. Dal 1996 quando esordì con “Sydney” il suo curriculum cinematografico non ha fatto altro che migliorare, grazie a pellicole di ottima qualità, ma anche ad uno stile personale nel raccontare in modo visivamente moderno, storie corali e sociali che strizzano l’occhio ad alcuni dei capolavori del compianto Robert Altman. Il momento della svolta e consacrazione verso il grande pubblico avvenne nel 1997 dove con il film “Boogie Nights”, armato di un budget consistente, ed un parco attori di ottima qualità, Anderson racconta la storia dell’ascesa e caduta di una compagnia dedita alla realizzazione di film pornografici nell’America degli anni ‘70. Il personaggio principale che ricorda in alcune caratteristiche il “leggendario” John Holmes è interpretato da uno stupefacente Mark Wahlberg ed affiancato da un’incredibile Burt Reynolds . Fu un vero successo al quale segui l’ancora migliore “Magnolia”, che confermò insindacabilmente la bravura del cineasta californiano, guadagnandosi una tripla candidatura ai premi Oscar, regalando a Tom Cruise uno dei migliori personaggi della sua carriera, il misogino Frank T.J. Mackey. Dopo le vite intrecciate di “Magnolia” arriva il romantico e allo stesso tempo surreale “Ubriaco d’amore” , ove un inedito Adman Sandler si ritrova a combattere contro se stesso e l’oppressione delle sette sorelle, per conquistare l’amore della sua vita, assieme alla propria indipendneza. Il film convinse all’unanimità la critica, ma non incontrò i gusti del pubblico, regalandogli un’accoglienza tiepida al botteghino. Ora nel 2007 il suo nuovo lavoro “Il petroliere”, arriva anche in Italia forte di otto candidature ai premi Oscar ed una promozione unanime di critica e pubblico oltreoceano, per un film che racconta la vita di uno spietato uomo d’affari alla ricerca del petrolio nelle terre texane del 1900. Anche per questo suo ultimo lavoro la febbre dell’attesa è molto alta, perché Anderson questa volta porta il suo stile personale all’interno di una storia che ricorda la pomposità dei kolossal anni 50, come ad esempio “Il gigante” (inutile tentare di non pensare al film di Gorge Stevens viste le innumerevoli cose in comune), ma senza dimenticare che gli anni sono cambiati ed i mezzi a disposizione riescono a ricreare ancor meglio le magie visive atte a ricreare atmosfera e personaggi. Da pornostar ad avidi uomini di affari, passando attraverso caratteri contorti di ogni tipo, il cinema secondo Paul Thomas Anderson continua a mutare proponendoci opere di grande spessore a cui la cinematografia contemporanea non potrebbe assolutamente rinunciare, questo è sicuramente il più grande pregio di uno dei più acclamati tra i giovani autori del panorama hollywoodiano.
E’ successo. Dopo anni che il cinema italiano propina tutta una serie di film che per quanto ben fatti puzzano di vecchio (nella maggior parte dei casi), si affaccia sul grande schermo un prodotto imperfetto, scostante a livello registico, ma che grazie a degli attori magnifici, ad una storia intrigante e non banale (a patto di non fermarsi alla superficie delle immagini), regala una boccata d’ossigeno a tutto il nostro cinema, confermando se ce ne fosse l’importanza di credere in un progetto adatto ad ogni tipo di spettatore e non indirizzato alla "misera" cerchia di estimatori “dell’autorialità ad ogni costo”. “Caos Calmo” (tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi), parla di uguali e contrari (ogni personaggio sembra avere sempre la sua “nemesi”, basta pensare al protagonista ed il fratello), ma soprattutto della reversibilità dell’animo e di come questo reagisca in maniera diversa da persona a persona rispetto ad un evento tragico/traumatico. La storia vede Pietro Paladini (Nanni Moretti, bravo come non mai) soccorrere assieme al fratello Carlo (Alessandro Gassman, assolutamente il migliore dell'intero parco attori) due donne che stanno annegando; dopo averle salvate senza ricevere riconoscenza alcuna, tornano a casa ove troveranno ad attenderli un evento imprevedibile che cambierà per sempre la vita a Pietro ed a tutti coloro che lo circondano. Una mattina guardando sua figlia che entra a scuola, Pietro, le promette che sarebbe rismasto tutto il giorno sulla panchina del parco ad attenderla, ed anche se la bambina è la prima a non credere ad una simile promessa, lui non smentirà le sue parole e da quel giorno per quasi un anno tutta la sua si svolgerà in quel quel ristretto spazio. Mentre le sue abitudini quotidiane cambieranno lentamente dando più spazio alle persone che alle cose materiali o futili ed inutili, Pietro donerà sicurezza ad amici e conoscenti, ma allo stesso tempo troverà il miglior modo per affrontare l’evento che lo ha sconvolto e ricominciare a vivere. “Caos Calmo” racconta l’esigenza di ogni persona a confrontarsi con un’altra prima di prendere determinate decisioni/atteggiamenti dispetto a qualcosa di personale o meno; esalta la qualità del libero arbitrio mostrando però quanto ognuno di noi è fragile al momento di attuare una presa di posizione. Il personaggio di Pietro si ritrova su di una panchina, la gente ovviamente pensa che abbia bisogno d’aiuto, ma lentamente saranno proprio coloro che gli porgevano la mano a cercarlo per un abbraccio, una parola di conforto o semplicemente un consiglio, perché tutti sanno che lui è li (un punto fermo nello spazio), in molti credono che il suo bizzarro modo di affrontare le cose sia il migliore e quindi lo vedono come speranza per la loro redenzione. Ma Pietro non sta facendo la scelta più giusta per affrontare ciò che gli è accaduto, è semplicemente nel più completo caos mentale al quale sta tentando di dare un senso, un ordine, proprio come un bambino alle prese con qualcosa che non comprende. “Caos Calmo” è il corpo che si riempie di parole, le paure che si tramutano in dialoghi e abbracci che si trasformano in salvezza per chiunque, un cinema a misura d’uomo dove tutto ruota attorno ad un piccolo spazio sufficiente perché vite ed esistenze s’incrocino, si scontrino, si mescolino per poi ripartire mutate, o meglio maturate. Il regista Antonio Grimaldi non costruisce un film inattaccabile, ma sembra montare la naturalità degli sguardi e dei movimenti, fa susseguire i fotogrammi contenenti emozioni piuttosto che ricercare la perfezione tecnico formale, ed è questo che rende insostituibile “Caos Calmo”, il fatto che regali anche allo spettatore un abbraccio da parte di Pietro Paladini. Ed in un periodo di eroi, vecchie glorie e di effetti speciali, un film che regala emozioni sincere è la miglior cura per riappacificarsi con il cinema.
Christopher Johnson McCandless (1968-1992) aveva 22 anni quando decise di intraprendere un viaggio su e giù per gran parte dell’America, lontano dalla famiglia, dai beni materiali, dalla società e dai dogmi che tanto odiava. Il suo obbiettivo era raggiungere l’Alaska, ed è li che fu ritrovato, morto, nei boschi di quella terra refrattario all’uomo, estrema non solo per il clima, ma anche per le regole imposte dalla natura stessa. A più di dieci anni dalla sua scomparsa la vita di McCandless (o meglio il libro biografico che racconta di questa avventura scritto da Jon Krakauer), diviene un film diretto da Sean Penn, che decide di rimanere “soltanto” dietro la macchina da presa. “Into the wild” segna senza dubbio il ritorno ad un cinema essenziale, fatto di luoghi, di persone e vuoti d’animo, proprio come Walter Salles anni fa si confrontò con la figura di Guevara, ed il suo viaggio iniziatico a bordo di una motocicletta, Penn ricostruisce l’animo oscuro di un ragazzo bisognoso di confrontarsi con ciò che lo circonda, per forgiare la sua identità nonché personalità. Non un semplice racconto di formazione (nonostante la consequenzialità degli eventi provenga da quel canovaccio rodato), ma piuttosto una visione sincera di un uomo/mondo che non esiste più, decadente già all’inizio dell’avventura (sono i primi anni ’90), ed al quale non spetta la redenzione alla fine del viaggio, ma solamente